I limiti del Multiculturalismo

In che modo, con la maschera della “buona integrazione”, sottintende e riproduce razzismo.

Il “Multiculturalismo” definisce una serie di pratiche che puntano a dare uguale attenzione ai bisogni culturali di tutti i gruppi di una società. Il tentativo è quello di dare voce degnamente alle minoranze che sono state sotto-rappresentate nel passato. Malgrado il termine abbia una forte correlazione politica, riferendosi infatti a una serie di norme e di leggi che sono “multiculturali”; si può usare anche per descrivere la condizione di una società in cui coesistono culture diverse.

Il fenomeno del Multiculturalismo ha una lunga storia, malgrado ciò lo si è teorizzato come concetto solo nella seconda metà del XX secolo quando ha cominciato a ricevere una speciale attenzione da parte di filosofi liberali all’indomani delle atrocità della seconda guerra mondiale. Oggi il tema multiculturale è uno dei più importanti e discussi nella filosofia politica e continua a porsi come obiettivo quello di considerare tutte le identità culturali come normativamente rilevanti.

In breve spinge la politica a prendere in considerazione il tema delle identità.

Nelle politiche della sinistra e nell’attivismo sociale ed antifascista si prende ancora oggi il multiculturalismo come metro di misura per una società migliore; si invita tutto il mondo ad abbracciare la panopoli di tradizioni che esistono in una società multietnica. Ma all’atto pratico il multiculturalismo rivela delle grandi contraddizioni interne: prende alcuni markers culturali come vestiti, cucina,musica e li tratta come pratiche da preservare per i portatori della cultura e pratiche da consumare per gli altri. Sotto l’egida del multiculturalismo queste concezioni semplicistiche e normalizzatrici sono insegnate a scuola, sono protagoniste in festival e musei, sono reiterate e stereotipate attraverso i media.

Il multiculturalismo soprattutto come pratica sociale, ma spesso anche come governance politica, rivela dei profondi limiti.

Prima di tutto ignora completamente il problema della disuguaglianza politica ed economica: anche se tutti gli italiani si godessero il cous-cous, questo non risolverebbe i problemi che affliggono le comunità arabe in Italia, come la disoccupazione, la segregazione razziale urbana e la marginalizzazione politica.

Rivela inoltre contraddizioni in seno alla sua ragion d’essere: la stessa pratica che si concentra sul celebrare le culture autentiche, che sono uniche da un gruppo all’altro, è potenzialmente pericolosa. In primis, perché non tutte gli aspetti delle culture autentiche vengono considerate meritevoli o addirittura tollerati dalla società più ampia (si prenda ad esempio il matrimonio combinato). In secondo luogo perché si rischia di innescare il problema opposto ovvero una disinfezione delle differenze culturali che elimina quelle intollerabili e sterilizza quelle accettabili. Senza contare che tutto ciò è quanto di più distante dal prendere in considerazione le reali sfide che una cultura altra porta in campo.

Il modello multiculturale è un modello filoccidentale che punta ad una gerarchizzazione delle culture. Qualsiasi aspetto sia preso in considerazione, cucina, musica, letteratura, è una concessione del soggetto egemone che sceglie attraverso criteri che sono più simili a quelli dell’assimilazione alle logiche del sistema liberale. Non è un caso che uno degli esempi più quotidiani di multiculturalismo urbano sia legato alla produzione di capitale, per cui, nel migliore dei casi, un soggetto “culturalmente diverso” si è rimboccato le maniche e ha aperto un ristorante di cucina etnica.

Infine e molto gravemente, il multiculturalismo alimenta l’idea di culture ermeticamente chiuse e statiche che riproducono pratiche distinte, sottintende l’incapacità di adattamento culturale e l’impossibilità di scelta che un individuo ha sulle varie culture. In questo senso non fa altro che rinforzare e riprodurre la percezione di un “eterno altro” e porta a un rafforzamento del pregiudizio e dello stereotipo, insomma alla polarizzazione delle relazioni etniche.

Non ci dobbiamo sorprendere, a questo punto, in questo momento storico, che il multiculturalismo non solo sia diventato un limite della sinistra, nella misura in cui rappresenta un dispositivo del razzismo sotto la maschera della “ buona integrazione”; ma che sia servito e serva tutt’ora a definire la linea politica e culturale delle destre del XXI secolo (insieme ad altre contingenze storiche e politiche. Dare tutta la colpa al multiculturalismo sarebbe intellettualmente disonesto). L’idea di culture separate da compartimenti stagni ha portato a una gerarchizzazione delle stesse e ha contribuito a riportare in campo un razzismo che questa volta non ha presupposti biologici ma culturali.

Sembra chiaro che il concetto di “Multiculturalismo”, seppure sia nato con buone intenzioni, sia una via sbagliata. Non può fungere da correttore sociale e sicuramente, insieme a tutte le altre pratiche del politically correct, è diventato un limite che ha creato senso di frustrazione e contribuito a liberare il magma di risentimento che, insieme ad altri fattori, come le politiche europee e la crisi economica, ha portato alla deriva neo-razzista che sta affliggendo il mondo occidentale oggi.

Sarebbe più sensato, affinché una sinistra possa ripartire e guadagnare terreno, cercare di capire cosa significhi la parola cultura e se si possa parlare delle culture come unità che si aggiungono anziché fondersi. Se proviamo a considerare la cultura come qualcosa di mobile e senza radici, che appartiene ad ognuno di noi ed è definita da noi, oppure che noi siamo unici ed autentici proprio perché siamo il prodotto della fusione di più culture (non per forza quelle considerate alte, esiste la cultura dello stadio e la cultura del caffè) ci riesce molto più facile capire perché sia insensato parlare di multiculturalismo.

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