Postumano

Il termine postumano si presenta come complesso e diversamente articolato. Non può esserci una definizione precisa e il filo rosso che collega le diverse declinazioni del termine spesso si annoda per mostrare approcci diversi e continue contraddizioni. Per cercare di inquadrare il termine e comprenderne il significato si potrebbe partire dalla lettura del testo di Rosi Braidotti: Il Postumano. “Cos’è il postumano? Quali sono gli itinerari storici che possono condurci al postumano?” (Braidotti, 2013, 3). Questi sono solo alcuni degli interrogativi dai quali Braidotti parte per formulare la sua proposta di una svolta delle Scienze Umane. Nella prima parte del libro uno dei punti di partenza è la critica all’umanesimo e la distruzione dell’ideale dell’Uomo Vitruviano, individuando l’antiumanesimo come risorsa importante per il pensiero postumano. Il perché della critica all’idea dell’Uomo in quanto universale elaborata dalla generazione degli anni Sessanta e Settanta, dai movimenti decoloniali, dai black studies e dai movimenti femministi, è esposta nel seguente estratto:

“L’umano dell’umanesimo non è un ideale, né una statica media obiettiva o un mediatore necessario. […] L’umano è una convenzione normativa, non intrinsecamente negativa, ma con un elevato potere regolamentare e dunque strumentale alle pratiche di esclusione e discriminazione. Lo standard umano rappresenta la normalità, la normazione, la normatività. Esso funziona trasponendo un particolare modo di essere umano in un modello generalizzato, che è categoricamente e qualitativamente distinto dagli altri sessualizzati, razzializzati e naturalizzati e in opposizione agli artefatti tecnologici. L’umano è il costrutto storico che ha saputo consolidare una convenzione sociale intorno alla sua «natura umana» ” (Braidotti, 2013, 32).

Umano come convenzione normativa che non lascia voce ai soggetti emarginati e che esclude chi non rientra all’interno della categoria di uomo maschio, bianco e occidentale. Gli altri sono i neri, i gay, le donne e tutti esclusi dalla categoria principale che solo in apparenza è neutra. L’idea di postumano deriva anche dalla critica all’eurocentrismo e “all’idea dell’Europa come culla dell’umanesimo, guidata da una sorta di universalismo che la dota di senso di finalismo storico unico” (59). L’uomo come soggetto razionale è messo in crisi e decentralizzato. Il filosofo francese Michelle Foucault costituisce un precedente alla teoria del postumano quando annuncia la morte dell’Uomo in Le parole e le cose (1967)[1] e la sua critica all’umanesimo. Nelle parole di Braidotti:

“L’antiumanesimo consiste nel disconnettere l’agente umano dalla sua posizione universalistica, richiamandolo a rendere conto, e a spiegare, le azioni concrete che sta intraprendendo. Una volta che il soggetto, in precedenza dominante, si è svincolato dalle sue delusioni di grandezza e non è più il presunto responsabile del progresso storico, emergono differenti e più nitide relazioni di potere” (29).

La nuova Donna Vitruviana si pone come un esempio di ribaltamento dell’Uomo Vitruviano di Leonardo e si inserisce all’interno della pratica femminista come “legame di solidarietà tra uno e i molti”. (28)

Figura 1 La nuova donna vitruviana, Friederich Saurer/Science Photo Library

Il termine postumano diventa punto di partenza per affermare un nuovo tipo di uomo e, per Braidotti, anche per ripensare le scienze umane come scienze postumane in un contesto di “transizione, di ibridazione e di mobilità nomade, in società emancipate (postfemministe), con alti gradi d’intervento tecnologico” (190). Ripensare le scienze umane sulla base della teoria femminista nella misura in cui esse possano contaminarsi con le scienze ed essere interdisciplinari.

“In una nuova effusione di creatività intellettuale, le scienze postumane della multiversità globale, includeranno: l’informatica umanistica o digitale, le scienze umane neuronali e cognitive, le scienze umaniste ambientali ed ecologiche e le scienze umane biogenetiche e quelle globali. Inoltre, adempiranno anche al compito di studiare quali metodi di ricerca e quali prospettive sono sviluppate dalla pratica letteraria e da quella artistica.” (189)

Il rapporto con la tecnologia è un importante nodo che tiene insieme i diversi approcci al termine postumano. In Donna Haraway la nuova formulazione della soggettività è nella figura del cyborg, la cui caratteristica principale è l’ibridità e la sfida ai dualismi. Nella prefazione di Manifesto Cyborg (Haraway, 2018), Braidotti indica il cyborg come rappresentazione di lotta politica e critica femminista “ In quanto ibrido, misto di corpo e macchina, il cyborg è una entità che tesse legami, è una figura interattiva che evoca nuovi modi d’interazione” (24) [2]. Quanto siamo utenti e quanto siamo macchine?  Il cyborg di Donna Haraway può legarsi al termine postumano in relazione alla decostruzione della centralità dell’uomo per ripensare a nuove soggettività. Cosa significa essere uomo ed essere macchina? Il cyborg è un sistema che comunica con l’ambiente esterno attraverso un sistema di feedback positivi e negativi. “Cyborg è un composto di cyborg e organism: significa organismo cibernetico ed indica il miscuglio di carne e tecnologia che caratterizza il corpo modificato da hardware, protesi e altri impianti” (11). Se non vi è distinzione ontologia tra uomo e macchina, individuandoli entrambi come sistemi cibernetici, se tutto può essere concepito come sistema cibernetico[3], quanto l’uomo è differente anche dagli animali? Nell’introduzione a What is Posthuman (2009) Cary Wolfe afferma che il termine postumanesimo può generare “definizioni diverse e persino irreconciliabili”(xi). Cerca di formulare il suo senso di postumano ripensando ai nostri modi di esperienza umana e decostruendo la centralità dell’umano rispetto al mondo degli animali e della natura, nella misura in cui la questione del postumanesimo insiste sul fatto che l’essere umano è “una creatura protesica che ha coevoluto con varie forme di tecnicità e materialità, forme che sono radicalmente non-umane e tuttavia hanno reso l’umano ciò che è” (xxv). Gli studi di Cary Wolfe includono anche i disabilities studies e gli animal studies con l’intento di ripensare i modelli di soggettività rispetto le esperienze di vita di “animali non umani” e di “chi è definito (in modo problematico, senza dubbio) il disabile” (xxix).

L’interrogativo sul come è presente anche nel testo di Katherine Hayles ed evidente nel titolo: How we Became Posthuman (1999). Come diventiamo postumani? La linea di demarcazione tra uomo e macchina è sempre più sottile, quasi invisibile: “The posthuman subject is an amalgam, a collection of heterogeneous components, a material-informational entity whose boundaries undergo continuous construction and reconstruction” (Hayles, 1999, 3).  Ci sarebbero pagine da scrivere su ogni testo citato in questo saggio per provare almeno a slegare sommariamente i nodi intorno il postumano e al soggetto postumano di cui parla Hayles. Partendo dalla critica all’umanesimo e dalla decostruzione del soggetto umanista liberale, l’attenzione passa sul corpo, il concetto di embodiment, letteralmente incarnazione o essere incarnati e la possibilità di separare la mente dal corpo. Il passaggio dall’umano al postumano porta emozioni di contrasto, spaventa. La  paura è l’idea che il corpo possa essere considerato come accessorio e non base dell’essere, in questo contesto il suo sogno è che il postumano possa abbracciare le tecnologie dell’informazione senza le fantasie di un potere illimitato e la possibilità di una immortalità disincarnata (5). Una domanda sorta durante le letture è stata: è necessario oggi parlare di postumano? La decostruzione di uomo come categoria universale e la critica arrivata dai movimenti decoloniali, femministi e dagli altri movimenti a partire dagli anni Sessanta, oggi più che mai è necessaria per dare voci agli altri, per comprendere che ogni nostra azione ha un effetto sul pianeta e per ripensare a nuove ecologie e politiche ambientali rifiutando l’individualismo per andare verso “sentimenti di interconnessione tra sé e gli altri” (Braidotti, 2013, 53). In un periodo storico in cui costantemente si presenta la dicotomia noi/altri, la sfida è attuare un processo di decostruzione per rendere il soggetto “degno del presente”, un soggetto che può essere il cittadino europeo, il migrante o il rifugiato, attraverso “la critica del gretto interesse personale, dell’intolleranza e del rifiuto xenofobico degli altri” (57).

Diventare postumani probabilmente è anche resistere.

Riferimenti bibliografici

Braidotti Rosi, (2013), Il postumano La vita oltre l’individuo, oltre la specie, oltre la morte, Roma, DeriveApprodi.

Foucault Michel, (1967), Le parole e le cose. Un’archeologia delle scienze umane, Milano, Rizzoli, 393-414.

Haraway Donna J., (2018), Manifesto Cyborg. Donne, tecnologie, e biopolitiche del corpo, Milano, Feltrinelli.

Hayles, Katherine N. (1999), How We Became Posthuman. Virtual Bodies in Cybernetics, Literature, and Informatics, Chicago, The University of Chicago Press, 1-49.

Terranova Tiziana, (2014) “The (European) Posthuman Predicament. Rosi Braidotti’s The Posthuman and the Future of the Humanities”, Inflections of Technoculture. Biodigital Media, Postcolonial Theory and Feminism, Vol. 18, n. 2, 193-200.

Wolfe Cary, (2010), What is Posthumanism?, Minneapolis, University of Minnesota Press, xi-xxxiv.


[1]“L’uomo è un’invenzione di cui l ‘archeologia del nostro pensiero mostra agevolmente la data recente. E forse la fine prossima. Se tali disposizioni dovessero sparire come sono apparse, se a seguito di qualche evento […] precipitassero, come al volgersi del XVIII secolo accadde per il suolo del pensiero classico, possiamo senz’altro scommettere che l’uomo sarebbe cancellato, come sull’orlo del mare un volto di sabbia” (Foucault, 1967, 414).

[2] Interessante in Haraway è anche il riferimento alla scrittura e alla fantascienza femminista. Un esempio è il romanzo di Octavia Butler Dawn (1987) che “esplora le politiche riproduttive, linguistiche e nucleari su un piano mitico, strutturato dalla razza e dal genere nel tardo Ventesimo Secolo” (Haraway, 2018, 81).

[3] La cibernetica si pone come obiettivo lo studio dell’interazione tra uomo e macchina tramite un sistema di feedback. Le tecnologie cyborg si staccano dalla cibernetica classica per la maggiore autonomia data alla macchina nei confronti dell’elemento umano (Haraway, 2018, 11-12).