Il Magistrato e i Barbari

Riflessione a partire dal film “waiting for barbarians” sulla sinistra democratica italiana

Allerta Spoiler!

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Questo mese, con il permesso del Covid (e dell’onnipotente De Luca) sono andato al cinema per ben due volte. La prima volta ho ossequiato il mio amato Nolan, ma è del secondo film che vorrei parlarvi: Waiting for Barbarians di Ciro Guerra, basato sull’omonimo romanzo di (e sceneggiato da) uno dei più importanti scrittori postcoloniali, J.M. Coetzee (ho controllato, si pronuncia cùtsi).

Protagonista di questo film è il magistrato di un avamposto di un imprecisato Impero, un luogo di frontiera a ridosso di un deserto. La vita del magistrato e della comunità che egli amministra trascorre in maniera molto tranquilla fino all’arrivo del colonnello Joll (interpretato da Johnny Depp), giunto dalla capitale per proclamare lo stato di emergenza e a verificare se i barbari oltre le mura stanno tramando di attaccare l’impero. Il colonnello, allo scopo di estorcere “la verità”, cattura alcuni prigionieri e li tortura fino a ottenere da loro le informazioni che confermano tali sospetti, e il magistrato si ritrova, suo malgrado, sempre più invischiato in queste operazioni al punto che la sua vita viene sconvolta. Se, infatti, in un primo momento, pur con alcune perplessità, lascia correre la brutalità degli “interrogatori”, ben presto si rende conto di non poter continuare ad accettare passivamente ciò che accade.

Il tema principale del film, dunque, sembra essere la presa di consapevolezza dell’eroe che dà luogo a un rovesciamento dei valori precedentemente condivisi, ovvero del binomio oppositivo civiltà/barbarie: in altre parole, il protagonista si rende conto che i veri barbari siamo noi. 

Ravetti

Eppure, malgrado si opponesse nei metodi alle politiche del colonnello, malgrado nel film si presentasse compassionevole ed umanitario, non ho potuto fare a meno di giudicarlo negativamente.

La differenza tra Il Colonnello ed il Magistrato si fa più viva nella gestione di una particolare vita barbara, quella di una donna che a seguito di torture (più avanti nel film si lascia chiaramente intendere che siano state subite da parte del colonnello) non può più camminare ed è quasi cieca. Contrariamente a Joll, il Magistrato accoglie in casa la donna concedendole vitto e alloggio, fino a provare dei sentimenti verso quest’ultima, fatti di rituali di lavanda dei piedi, del corpo, di silenzi ed insofferenze da parte di lei. Malgrado i diversi mesi insieme, la donna barbara rimane una sconosciuta agli occhi del magistrato, un corpo opaco ed estraneo.

Durante la visione del film, duro, lento e frammentato, proprio come un romanzo di Coetzee, la mia mente si è soffermata sul magistrato, sul suo cambio di prospettiva, da ignavo a consapevole si, ma mai decisivo, paragonandolo alle politiche di una certa sinistra moderata in ambito di gestione della vita migrante. Nello specifico a tutte quelle politiche (gli SPRAR, divisione delle quote migranti, regolarizzazioni provvisorie, difficoltà nell’ottenimento del permesso di soggiorno, solo per citarne qualcuna) che possono sembrare progressiste ma che restano sempre nella sfera di una gestione della vita, che vede i soggetti postcoloniali, i soggetti deboli come bambini da controllare ed accudire piuttosto che come esseri politici fatti e finiti. Si tratta di politiche moderate che, a zero possibilità di integrazione promulgata dalle destre, oppongono scarse opportunità di integrazione e cittadinanza, opportunità condizionali, fatte di spazi stretti in cui abitare, di due euro e cinquanta al giorno, di immobilità e di lavori schiavisti.

Sulla gestione diversa delle vite considerate cittadini e quelle considerate immigrati, basti pensare alle trafile e le rigide condizioni che vengono imposte per l’ottenimento del permesso di soggiorno permanente:, esami, contratto di lavoro (che in molti casi diviene vero e proprio schiavismo), idoneità alloggiativa (una regola che viene imposta soltanto agli stranieri di avere un determinato spazio abitativo basato sul numero di persone) una minima soglia di reddito obbligatoria e tanto, tantissimo tempo. Anche se formalmente non è così, si potrebbe parlare di cittadinanza a punti o a condizioni. Tutto questo senza concedere il minimo diritto di cittadini come, ad esempio, quello di scegliere i propri rappresentanti.

Proprio come il magistrato, partiti che si dicono di sinistra non riescono a rovesciare i termini dell’opposizione noi/loro e approdare al compito di rappresentare gli oppressi, essenzialmente per due ragioni. In primo luogo, il tentativo di rovesciare i termini, e identificare la barbarie come il volto coercitivo e disumano del potere, è vanificato dalla consapevolezza che non esiste una gestione buona dei soggetti deboli, che in sostanza tutte le gestioni diverse tra chi ha la cittadinanza (e i diritti) e il resto sono sbagliate, e che la barbarie del potere esercitata da Joll è tutto sommato equivalente alla benevolenza del potere esercitata dal Magistrato:

Perché io non ero, come mi piaceva credere, l’opposto indulgente ed edonista del gelido, rude colonnello. Ero la menzogna che l’Impero si racconta quando le cose vanno bene, e lui la verità che l’Impero dice quando comincia a soffiare vento di tempesta. Due facce dell’Impero, né più né meno.

J.M. Coetzee

Il ruolo della letteratura araba durante il colonialismo

L’avvento del colonialismo europeo nei paesi arabi
È il XIX secolo e l’impero ottomano, anche a causa delle prime bramosie dell’Europa, è sul viale del tramonto, fino a sparire definitivamente dopo la Prima Guerra Mondiale, nel 1923.
I territori del Medio Oriente e del Maghreb, fino ad ora, non hanno mai avuto contatti con l’Occidente. Il primo vero e proprio incontro avviene con la campagna di Napoleone
Bonaparte in Egitto (1798-1905), periodo che coincide con una vera e propria Rinascita in
ogni tipo di campo, da quello letterario a quello economico, prima in Egitto e poi in altri
paesi arabi (questo momento è conosciuto, infatti, col nome Nahḍa, letteralmente ‘rinascita’ in lingua araba). Sebbene la Rinascita abbia portato una ventata di modernità –più o meno- nei vari paesi, questa sancisce anche l’inizio della corsa coloniale delle maggiori potenze europee. L’Algeria è il primo paese ad essere colonizzato dalla Francia nel 1830 e l’ultimo ad ottenere l’indipendenza (nel 1962, dopo una lunghissima e sanguinosa guerra di liberazione). Tra le colonie, protettorati e territori della Gran Bretagna si ricordano l’Egitto e il Sudan, mentre per quanto riguarda il versante francese, dopo la già citata Algeria, vi sono anche il Marocco, Tunisia, Siria, Libano e Mauritania. Da non dimenticare anche l’impresa coloniale italiana con la Libia. Insomma, con il Congresso di Berlino (1884-85) e l’accordo segreto di Sykes-Picot (1916) è chiaro che l’Europa stesse ridisegnando a suo piacimento un nuovo mondo. Tutto questo, però, avviene a discapito dei territori occupati dalle maggiori potenze europee.
La decolonizzazione e le conseguenti catastrofi
Se la Prima Guerra Mondiale diventa l’azione principale per il controllo dei territori
colonizzati, la Seconda, invece, diventa motore fondamentale per quella che viene chiamata “decolonizzazione”. Durante la Prima Guerra Mondiale, le potenze europee hanno contato sulla forza (e sforzi) dei territori colonizzati, sia riguardo gli uomini utilizzati in guerra, sia per le loro materie prime. I primi forti malcontenti dei colonizzati erano nati anche prima della Seconda Guerra Mondiale, ma crebbero ancora di più con l’avvento di quest’ultima. Questi popoli, già stremati dalle condizioni esasperate del colonialismo, si ritrovavano, per giunta, a combattere e spendere tutte le loro energie per una guerra che non era la loro. A partire dal 1941 la Francia proclama l’indipendenza della Siria e del Libano (avvenuta solo nel 1946). È poi il momento dei paesi come la Libia (1951), il Marocco, il Sudan e la Tunisia (1956), la Mauritania (1960) e la già citata Algeria a chiudere il cerchio. Anche nei paesi dove vigevano regimi “troppo” vicini alle autorità britanniche vengono istituite le repubbliche, come in Egitto nel 1953 e in Iraq nel 1958. Da non dimenticare l’annosa questione palestinese, nata già durante la Prima Guerra Mondiale, con la nascita dello Stato d’Israele lungo la parte occidentale della Palestina nel 1948 e la conseguente guerra del 1948-49 (con la sconfitta degli arabi). Una seconda guerra avvenne durante la crisi di Suez, dove l’Israele (sostenuta da Francia e Gran Bretagna) attaccò l’Egitto. Questi avvenimenti vengono ricordati col nome Nakba (letteralmente “catastrofe”). Un ulteriore periodo difficile, la cosiddetta Naksa (nuova umiliazione) si ebbe con la guerra dei “Sei giorni” (1967) dove l’Israele occupò il Sinai, Gaza, Cisgiordania e la parte araba di Gerusalemme.
Anche la storia contemporanea del mondo arabo non conosce momenti di distensione,
poiché continuamente attraversata da guerre civili (si ricordi quella in Libano nel 1975),
invasioni (sia di altri paesi arabi che di potenze occidentali) e radicalizzazione e terrorismo islamico.

La situazione della letteratura araba prima del colonialismo
europeo
Sarebbe opportuno soffermarsi, a grandi linee, sulla condizione della letteratura araba prima della colonizzazione. Tale lavoro è fondamentale per comprendere come la letteratura di questi territori sia cambiata radicalmente con l’entrata in gioco delle forze europee. Prendendo in considerazione il periodo durante il quale l’Impero Ottomano ha occupato i paesi arabi, la letteratura incontra una profonda stagnazione. Niente a che vedere con gli splendori dell’epoca classica, fatta di letteratura d’adab (ovvero un tipo di letteratura creata, in un primo momento, per “istruire” la classe dirigente del califfato) e qaṣīda (un tipo di poesia antichissima con una struttura molto rigida) da cui sono nate poi strutture vicine a quelle di una canzone: ghazal, madil, khamriyya, ovvero canzoni d’amore, elogiative, sull’ebbrezza. Suoni ed immagini che, in seguito, nel periodo a noi contemporaneo, diverranno un tutt’uno col blues mediterraneo.
Con la conquista Ottomana della maggior parte dei paesi arabi, nel XVI secolo, la poesia e
la prosa incontrano un forte arresto, segno che il potere turcofono ha avuto un’influenza
piuttosto negativa sulla cultura araba. In questo periodo, addirittura, nessun poeta spicca per il suo genio. La creazione di poesie è, praticamente, quasi inesistente. Per quanto riguarda il versante della prosa, la situazione non è molto diversa: gli autori si occupano soprattutto di stilare e pubblicare dizionari ed enciclopedie, spesso anche molto grandi, riguardanti, molto spesso, la storia (si arriva a toccare anche l’epoca pre-islamica). Non mancano anche molte biografie, dizionari lessicografici e geografici ed enciclopedie sulla cultura generale. La situazione, dunque, è disastrosa: la cultura araba soffre di una profonda crisi, che porta i territori arabi a svilupparsi, soprattutto a livello culturale, con forte ritardo rispetto agli altri paesi. Per questo motivo, con l’avvento della nahḍa, gli arabi hanno letteralmente bruciato le tappe ed attraversato un periodo di forte progresso in pochissimo tempo. Sembrava che il peggio fosse passato. Era l’inizio di una nuova epoca, bisognava solamente riprendere in mano la propria cultura che, dopo troppo tempo, era rimasta in completo stallo. La storia ci insegna che, in seguito, le cose non sono andate propriamente in questo modo.

DURANTE IL COLONIALISMO

“Le tre fasi” della letteratura durante il colonialismo
Spunto fondamentale per questo tipo di ricerca è sicuramente lo scrittore Frantz Fanon e uno dei suoi libri più famosi, I dannati della terra. L’autore non solo offre un quadro dettagliato e a tratti crudo della situazione coloniale e del rapporto tra colono e colonizzato, ma presenta anche un interessante riassunto della condizione dell’intellettuale in quest’epoca così difficile. In particolare, è notevole osservare una sorta di schema della letteratura che rende più chiaro il ruolo svolto da essa e tutti i cambiamenti che ha, naturalmente, affrontato. Quella che viene descritta è una divisione in tre parti. Secondo Fanon, infatti, la prima fase è caratterizzata da un completo immergersi nella cultura dell’altro (e quando si nomina l’altro s’intende l’Occidente). L’intellettuale utilizza le loro forme, cultura, strumenti e perfino la loro lingua. Nella seconda fase le cose iniziano, impercettibilmente, a cambiare: le coscienze iniziano a svegliarsi e le tematiche delle opere iniziano a cambiare.
Ricordi del passato e dell’infanzia, sono questi i nuovi soggetti. È come se l’autore potesse
solo accontentarsi di rievocare immagini di cose e situazioni lontane dal presente. Molto
spesso queste immagini vengono accompagnate da sensazioni di disagio, morte, ma anche descrizioni dominate dallo humor e l’allegria. Infine, l’ultima fase, è generalmente
considerata la più importante. L’intellettuale diventa un uomo che combatte in prima fila
con e per il popolo, la cultura si trasforma in qualcosa di pratico, è letteratura di lotta, di
rivoluzione, è un tipo di arte che, al contrario di quella precedente – distaccata e disillusa – è vicina al popolo e tenta anche di scuoterlo.
In seguito si cercherà di rendere ancora più chiara questa suddivisione citando
ed esponendo opere e autori protagonisti della letteratura araba di quel periodo.

La prima fase
La prima fase è quella caratterizzata dagli intellettuali e autori arabi che fanno propri lavori ed opere della cultura occidentale. Infatti, il periodo successivo a quello della Nahḍa è contraddistinto dal termine iqtibas che significa letteralmente “accendere il proprio fuoco nel focolare di un altro”. Per quanto riguarda la prosa, è il momento in cui gli autori arabi traducono le opere europee più importanti. Importanti ed esaustive sono le parole dell’autore Mīkhāʾīl Nuʿayma (1889-1988) apparse nella sua opera di saggi critici:

“Noi siamo poveri, anche se ci vantiamo di ricchezze e abbondanza. E allora perché non provvediamo ai nostri bisogni con le ricchezze degli altri, dato che è lecito? I nostri pozzi non ci dissetano. Perché non ci dissetiamo alle fonti dei nostri vicini, dato che esse non sono proibite? Siamo in una fase di progresso letterario e sociale in cui si sono ormai ridestate molte necessità spirituali di cui non avevamo percezione prima del nuovo stretto contatto con l’Occidente, ma non abbiamo né penne, né
cervelli sufficienti a provvedere a questa necessità. Allora traduciamo!”

È chiaro, leggendo queste poche righe, come gli intellettuali arabi si sentissero totalmente inferiori rispetto ai loro “vicini” Occidentali. Il rapporto ambivalente e contraddittorio tra arabi ed europei è tutto qui. L’Europa è la novità del momento, per quanto riguarda la letteratura e la cultura in generale, ma non si deve dimenticare che, allo stesso tempo è lo spietato occupante di questi territori. Tra gli autori maggiormente tradotti vi sono Molière, Racine, Jules Verne, Victor Hugo, Walter Scott, Shakespeare, Dickens e Conan Doyle. Tra le opere in particolare si ricordano, ad esempio, Il conte di Montecristo di Dumas padre e Cirano di Bergerac di Rostand. Questo lavoro di traduzione, però, non è fedele all’originale.
Anzi, si potrebbe parlare, più correttamente, di adattamento (ta’arib, “arabizzazione”). Gli autori arabi, infatti, prendevano testi europei per riadattarli alla propria cultura. Per fare ciò, ad esempio, uomini e donne che intrattenevano una relazione amorosa nei testi occidentali, spesso diventavano cugini nei testi arabi tradotti, poiché era impensabile che due persone si relazionassero se non fossero della stessa famiglia. Un’altra particolarità da evidenziare è come gli autori e i testi tradotti provengano soprattutto (o quasi del tutto) dalla letteratura francese e inglese, proprio le principali potenze coloniali.
Autore fondamentale è l’egiziano Muṣṭafā Luṭfī al-Manfalūṭī (1876–1924). Ad un corpus di testi originali vengono affiancate numerose traduzioni. Grazie a lui si hanno le traduzioni, ad esempio, del Cyrano de Bergerac (col titolo di al-Sa’ir, “Il poeta”) e il discorso di Antonio tratto da Giulio Cesare di Shakespeare. Egli è il rappresentante del duplice contrasto che alberga la mente degli intellettuali di questo momento storico e culturale: da una parte forte difensore della cultura islamica e avversario dei mali dell’Occidente, d’altra parte, però, non rifiutò mai del tutto la cultura di coloro di cui fu oppositore (e lo si può notare, appunto, dalle sue trasposizioni di opere francesi ed inglesi).
Tutta un’altra strada è quella della poesia. Gli intellettuali arabi, in questo periodo, sono
totalmente consapevoli della grande importanza della poesia araba, seconda a nessuna
cultura, soprattutto a quella occidentale. Per questo motivo i poeti arabi guardano al passato (si parla di un periodo chiamato “scuola neo-classica”) cercando, però, di rendere più contemporanea una poesia dalle radici e strutture antichissime.

La seconda fase
Con la seconda fase gli uomini di cultura arabi si rendono conto di doversi distaccare dalla cultura occidentale, creando un tipo di corpus originale. In un’epoca in cui l’oppressore cercava in ogni modo di demolire, con tutti i mezzi, la cultura del colonizzato, gli intellettuali avevano poca scelta: bisognava guardare al passato. Questo periodo però coincide con la nascita di un genere totalmente nuovo per la letteratura araba, anch’esso omaggio della letteratura occidentale: il romanzo. Fanon descrive perfettamente questo momento: «Vecchi episodi d’infanzia saranno richiamati dal fondo della memoria, vecchie leggende saranno interpretate in funzione d’una estetica d’accatto e d’una concezione del mondo scoperta sotto altri cieli. A volte questa letteratura di pre-lotta sarà dominata dallo humor e dall’allegria. Periodo d’angoscia, di disagio, esperienza della morte, esperienza anche della nausea. Ci si rigetta, ma già, dal di sotto, si affaccia il riso.» Autore che si inserisce perfettamente nella descrizione di Fanon è Ǧurǧī Zaydān (1861-1914), scrittore libanese che si dedicò soprattutto ad un romanzo di tipo storiografico. L’intento era quello di acculturare i lettori poco istruiti, facendoli divertire. Zaydān prende in considerazione, in modo particolare, storie di avventura, storie di forze avverse da dover sconfiggere, prendendo in prestito avvenimenti accaduti nel passato. Le storie raccontate, infatti, sono quelle degli Omayyadi (La vergine dei Quraysh; La bella di Kerbela), i Mamelucchi (Shajarat al-Durr) e anche la conquista dell’Andalusia (Fatḥ al-‘Andalus).
Questi romanzi ebbero un successo enorme, tanto da spingere tanti altri scrittori a scrivere storie simili. Anche uno dei più famosi autori arabi e futuro premio Nobel, Naǧīb Maḥfūẓ (1911-2006), scriverà diversi romanzi storici, tutti ambientati durante l’epoca faraonica. Tuttavia, altri autori arabi preferiscono prendere un’altra via, molto più vicina a quella che poi, in seguito, si svilupperà in una vera e propria letteratura di lotta. Protagonisti di questa “seconda strada” sono Faraḥ Anṭūn (1874-1922) e Maḥmūd Taymūr (1894-1973). Il primo decide di creare storie basate sull’utopia, attraverso le quali descrive i modelli da imitare e i modelli da rifiutare. Il secondo, invece, sebbene esponga le stesse tematiche di Faraḥ Anṭūn, utilizza strumenti differenti. Adopera, infatti, l’uso delle novelle, molto spesso ispirate alle favole, per mostrare ai lettori quali sono i modelli negativi da non dover seguire.
Tutto quello appena citato della seconda fase è da attribuire al versante della prosa. Per
quanto riguarda la poesia, così come nella prima fase, anche in questo successivo stadio
continua per la sua strada, molto diversa da quella dei romanzi fino ad ora descritti. Molti poeti continuano a seguire una linea neo-classica, altri si avvicinano ad un tipo di poesia romantica. Ci vorrà ancora del tempo per vedere veri e propri stravolgimenti, i quali verranno ampliamente discussi nella terza fase, segno di momento letterario (e storico) che non risparmia nessuno, nemmeno la poesia. Vale comunque la pena sottolineare che gli autori arabi hanno imparato a camminare con le proprie gambe, utilizzando sicuramente generi europei, ma rendendoli talmente personali ed originali da farci dimenticare del forte peso della cultura dell’occidente.

La terza fase
La terza ed ultima fase, citata da Frantz Fanon, è quella che comprende la cosiddetta
“letteratura di lotta”. In questo caso, gli intellettuali arabi decidono di affiancarsi al proprio popolo e lottare per e insieme ad esso. Ovviamente, gli strumenti a disposizione sono diversi da quelli utilizzati durante le guerre d’indipendenza, ma sono ugualmente efficaci: sono, infatti, la carta e la penna. Come si è potuto notare, il cambiamento non è stato netto ma ha attraversato un percorso molto lungo e a tratti tortuoso, fatto di autori arabi che si sono spesso chiesti quanto potesse essere fondamentale l’influenza occidentale, fino ad arrivare ad un abbandono totale di esso e, alla fine, un rifiuto che si tramuta in vera e propria lotta contro il nemico. È importante evidenziare che, però, questa letteratura di lotta non si arresta con la fine del colonialismo europeo, anzi, continua la sua strada anche in seguito, soprattutto per quanto riguarda la questione palestinese e altri avvenimenti nella storia
contemporanea araba. Vale la pena ricordare diversi autori, per meglio comprendere il loro rapporto tra le loro opere e il contesto storico in cui hanno vissuto. In Egitto, sebbene siano esistiti molti autori importanti, si preferisce nominare, in questo lavoro, il già citato Naǧīb Maḥfūẓ e Sharqawi
(1920-1987). I due scrittori sono stati molto attivi e presenti, denunciando le angherie di ciò che accadeva nell’Egitto di quegli anni. Sebbene il corpus di opere di Maḥfūẓ sia molto ampio e variegato, vi è una parte dei suoi lavori dove si preoccupa di riportare le condizioni di vita della popolazione del Cairo della prima metà del XX secolo e osserva il decadimento dei valori tradizionali in questi posti. Inoltre, vi è una non velata sensazione di pessimismo che alberga questi romanzi, come ne Il rione dei ragazzi (1959), in cui i protagonisti tentano in ogni modo di migliorare le condizioni di vita degli abitanti del quartiere, allegoria, in realtà, di tutta l’umanità. Di Sharqawi, invece, si ricorda soprattutto il romanzo Al-Ard (1953), ambientato negli anni Trenta, il quale denuncia il governo dittatoriale di Sidqī Pascià e i metodi repressivi dei grandi proprietari terrieri.
Sebbene l’Egitto sia riconosciuto come uno dei paesi che ha dato i natali ai più importanti
autori di romanzi arabi, in questo contesto bisogna descrivere anche la situazione letteraria di altri luoghi. In Siria, ad esempio, molti scrittori hanno tendenze marxiste e, nei propri lavori, descrivono i problemi di un’intera generazione e affrontano con uno sguardo critico il ruolo degli intellettuali contemporanei. In Libano, invece, molto spesso il tema affrontato è quello del rapporto tra Occidente ed Oriente, come nell’opera di Suhayl ‘Idrīs nel suo Al-Hayy al-Latīnī (1953). Il protagonista del racconto, infatti, descrive l’impossibilità dell’emancipazione sentimentale e politica attraverso il rapporto con una donna francese.
Molto differente è la situazione dei paesi del Maghreb. Dilaniati dal colonialismo e dalle
successive lotte per l’indipendenza, molte delle opere scritte in questo periodo vengono
pubblicate solo dopo aver ottenuto la libertà. Tra gli autori marocchini risalta Driss Chraïbi (1926-2007), creando molto scandalo con i suoi lavori come Le passé simple (1954), una violenta critica contro il padre-patriarca e Mamma mia, la civiltà (1972) dove difende strenuamente l’emancipazione della donna. In Algeria spicca lo scrittore Kateb Yacine (1929-1989), il quale scrive Nedjma (1961) dove denuncia aspramente il colonialismo e ciò che è accaduto al suo popolo. Inoltre appare una protagonista femminile, figura mitica dell’Algeria.
Per quanto riguarda la poesia, finalmente iniziano a vedersi veri e propri cambiamenti
sostanziali. Non solo rivoluzioni riguardo le tematiche affrontate ma, soprattutto, anche
cambiamenti riguardo la struttura, che, si ricorda, non ha mai subito variazioni. Non
vengono più rispettate le regole di metrica classiche, tutto viene composto in maniera più libera. In più, questa poesia, a braccetto con la prosa, diventa una poesia di tipo impegnativa. Al-Bayyati (1926-1999) scriverà molte poesie, tra cui Brocche infrante (1955) dove esprime tutta la sua rivolta. Perfino Nizār Qabbānī (1923-1999), poeta conosciutissimo per le sue poesie d’amore, si occupa anche di poesie politiche, alcune riguardo anche la guerra d’Algeria. Un ultimo poeta da ricordare è al-Sabur. Nel 1954 pubblica la sua prima raccolta di poesie impegnate, La gente del mio paese, per poi dedicarsi, in seguito, ad una poesia più personale che sfocia anche nel pessimismo.
Ciò che si nota, dunque, è una presa di coscienza da parte degli intellettuali arabi. Di sicuro non è stato un cammino semplice, tantomeno scontato, ma è importante porre l’accento sulla forza di questi autori nel denunciare le difficoltà della propria patria, del proprio popolo. Questa consapevolezza sarà il fulcro principale della letteratura araba, da questo momento in poi.

 DOPO IL COLONIALISMO

Una letteratura impegnata e sperimentale
Con la fine del colonialismo e dei diversi regimi retti da potenze europee, il desiderio era
quello di ricostruire da zero un mondo dilaniato da guerre e da violenze di ogni tipo. Come citato nelle prime pagine, in realtà, la situazione era ben diversa: guerre su guerre, intifada, radicalizzazione dell’islam, terrorismo e, purtroppo, tanto altro ancora. Tutti questi avvenimenti, inevitabilmente, scuotono non solo il popolo ma anche gli intellettuali arabi e l’influenza di questo periodo storico si avverte anche nelle produzioni letterarie. La letteratura araba di questa epoca continua ad essere una letteratura di lotta e di denuncia.
Molti autori, però, sentendo il bisogno di ricreare una propria letteratura, poiché il
colonialismo aveva quasi distrutto culture intere, decidono di percorrere la via del romanzo sperimentale. Si potrebbe dire, infatti, che “la destrutturazione della società e dei sistemi di valori si traduce, d’altronde, sul piano letterario, nello smantellamento delle strutture narrative, la cancellazione delle frontiere tra immaginario e reale, e una sottile mescolanza
di generi.” Esempio lampante sono i testi del tunisino ʿIzz al-Dīn al-Madanī, promotore di
un movimento sperimentale creato apposta per inventare un racconto specificamente tunisino. Tra le sue opere si ricorda L’uomo zero (1968) che, al di là della trama in sé (dove vi è una rivendicazione della libertà dell’uomo come essere libero e cittadino), colpisce molto la presenza di lettere prive di senso e la trasgressione delle regole della grammatica.
Sul versante della letteratura impegnata, sono molti gli artisti che descrivono nelle proprie opere i soprusi di ciò che avviene nella realtà. In Palestina, la scrittrice femminista Saḥar Ḫalīfa (1941) pubblica Terra di fichi d’India (1976) dove, attraverso la storia dei protagonisti, descrive le difficoltà della resistenza palestinese. In Egitto, invece, il già citato Naǧīb Maḥfūẓ continuerà la sua produzione, con opere come al-Karnak (1974) dove denuncia i metodi violenti e repressivi del regime di Nasser. Particolare è la condizione dello scrittore egiziano Ṣunʻ Allāh Ibrāhīm (1937), che, avendo vissuto una parte della sua vita come prigioniero politico, trasporta quest’esperienza in opere come Quell’odore (1964) e Stella d’agosto (1974). In Algeria, dopo il colonialismo francese e la conseguente guerra d’indipendenza, la letteratura spicca il volo. Da ricordare è lo scrittore al-Tahir Wattar (1936) che scrive romanzi come The earthquake (1974), dove descrive i cambiamenti avvenuti in Algeria dopo la guerra. Anche gli scrittori marocchini offrono un grande contributo alla letteratura araba. Forse i più tormentati per quanto riguarda il vivere tra due culture (sono molte le opere scritte in francese), vi sono scrittori come ʿAbd Allāh al-ʿArawī (1933) che scrive L’esilio, dove, appunto, si cerca di spiegare la frammentazione della cultura marocchina dopo la sua indipendenza. È praticamente impossibile citare tutti gli autori di tutti i paesi arabi, segno che la letteratura, in questo periodo, è nel pieno fermento.
Donne scrittrici
È essenziale descrivere anche il ruolo della donna araba all’interno di questo contesto
culturale e letterario. Sono molte le scrittrici che, durante e dopo il periodo coloniale, hanno scritto diverse opere, tra romanzi e poesie, soprattutto di natura rivoluzionaria. Tutto nasce in modo concreto con la lotta per l’emancipazione della donna, portata avanti anche da intellettuali uomini, come Qasim Amin e Muhammad Husayn Haykal. In ogni caso, diverse scrittrici hanno raccontato, nelle loro opere, le tematiche a loro più care: la loro condizione relativa indipendenza e le lotte contro gli oppressori.
Si può datare, più o meno, l’inizio della lotta per l’emancipazione della donna intorno alla metà del IX secolo, quando, prima il poeta al-Bustānī e poi, in seguito, lo scrittore Qasim Amin, furono i promotori di un movimento che chiedeva più diritti per le donne. In seguito si sviluppò un dibattito che vede protagonisti sia uomini che donne riguardo il futuro della donna. L’autrice marocchina Khanatha Bannuna (1940), nei suoi lavori, molto spesso sottolinea le condizioni difficili causate dal colonialismo. Nella sua raccolta Abbasso il silenzio (1967) denuncia la sua rivolta di donna e militante politicamente impegnata. 14 La libanese Ghada al-Samman (1942) ne Gli incubi di Beirut (1976) descrive, appunto, gli incubi della guerra civile del Libano attraverso la storia di una donna emancipata e scrittrice che, dopo aver visto il suo amante venir ucciso a colpi di fucile, si ritrova prigioniera della propria casa, poiché l’appartamento è preso di mira dai fuochi incrociati di due milizie. La donna riesce a scappare prima che la casa venga abbattuta da un razzo.
Un contributo degno di nota è quello della scrittrice algerina Assia Djebar (1936-2015),
pseudonimo di Fatima-Zohra Imalayène. Autrice femminista, ha, da sempre, descritto la
situazione dell’Algeria dopo il colonialismo e il consecutivo effetto sulle donne algerine. Un esempio lampante è Donne d’Algeri nei loro appartamenti (1980). L’intento della scrittrice si svela attraverso le sue parole: «Non la pretesa di “parlare per conto di”, o peggio di “parlare di”, ma l’impegno a parlare “vicino a” e, se possibile, “contro di”, è il primo dei gesti di solidarietà che devono compiere le donne arabe che ottengono o conquistano la libertà di movimento per il corpo e per lo spirito. » La fase descritta è quella del ventennio 1958/78, ovvero, quasi verso la fine della guerra d’indipendenza e il periodo immediatamente successivo. Gli stralci di vita vissuta descritti in quest’opera sono quelli quotidiani di donne murate dai propri vestiti (la lunga veste che nasconde il corpo, la cuffia che copre il capo, la stola che scopre solo un po’ lo sguardo) dalle case da cui non escono (salvo solo la giornata settimanale al bagno pubblico). Pesante è anche il loro silenzio, remissivo, davanti alle scelte poste dagli altri nei loro confronti, come un matrimonio combinato. Tutto questo avviene sullo sfondo di un’Algeria martoriata e che sente ancora addosso tutti i dolori del colonialismo, dolori che si avvertono anche a distanza di tempo, anche durante i racconti quotidiani delle donne, come se fosse una presenza ingombrante, che difficilmente può andare via.

Un genere dimenticato: la fantascienza nel mondo arabo
Sembra strano e a tratti impossibile quando si tenta di mettere insieme due mondi
all’apparenza lontani: quello arabo e quello della fantascienza. In realtà, la produzione di una letteratura di fantascienza, da parte di scrittori arabi, rientra a pieno titolo in quelli che vengono chiamati post-colonial studies. Questi studi tentano di spiegare il motivo del ritardo dell’apparizione di questo genere nel mondo arabo e, soprattutto, cosa può significare, per gli autori arabi, scrivere storie fantascientifiche.
I motivi del ritardo sono ormai chiari: la fantascienza nasce, nel mondo arabo, attraverso le prime traduzioni di romanzi occidentali intorno agli anni sessanta, proprio alla fine delle diverse lotte d’indipendenza. Dunque, una prima forte causa è il colonialismo e la difficoltà, per gli autori arabi, continuamente oppressi tramite una demolizione della cultura araba da parte degli oppressori, di poter creare un nuovo corpus di testi di un genere letterario della cultura occidentale. L’argomento è piuttosto delicato e ormai ampiamente discusso anche in precedenza, ma bisogna aggiungere anche la difficoltà dello scrittore arabo di appropriarsi di qualcosa di europeo, occidentale, a seguito del colonialismo europeo. Ma allora perché gli arabi adottano un genere letterario proprio dell’oppressore? In realtà è fondamentale e anche molto interessante l’immagine che viene proposta da Homi Bhabha (1949) per quanto riguarda il motivo che spinge gli arabi a scrivere romanzi fantascientifici: «Essere “altrove”, allora, non significa abitare in uno Spazio d’interesse… Ma risiedere nell’”altrove” vuol dire anche far parte di un Tempo di revisione, un ritorno al presente per descrivere, di nuovo, la cultura contemporanea; […] toccare il futuro dal suo al di qua. In questo senso, allora, lo spazio intermedio situato nell’”altrove” diviene uno spazio di intervento hic et nunc»
Raccontare di spazio e tempo lontani, anche anni luce, significa agire sul presente e ricostruirlo, dopo essere stato distrutto dal colonialismo. Sono molti i romanzi di questo tipo, ma molto particolare è l’opera di Talib ‘Umran, scrittore siriano, che scrive un romanzo apertamente riferito ai fatti accaduti con l’avvento dell’11 settembre 2001 in America. Tempi cupi (2003) è il titolo e non è difficile comprendere che i ‘tempi cupi’ di cui si fa riferimento siano tutti gli avvenimenti sopraggiunti dall’11 settembre in poi. È articolato su una trama molto intricata, anche se, si
potrebbe dire, che il testo si districa piuttosto in due, di trame: una presente (del 2001) ed
una futura (ambientata nel 2039). Nella trama del presente, con protagonista Hani, si
sviluppano le storie che si collegano poi con quelle del futuro. Nel romanzo, infatti, le
catastrofi avvenute dopo l’11 settembre andranno addirittura a tormentare anche il futuro, nominando quella che è una presenza costante in tutto il testo, chiamata “Superpotenza”. Questa “Superpotenza” distrugge qualsiasi cosa «dietro la necessità di dover cercare dei terroristi». I riferimenti sono dunque espliciti, e si comprende bene il motivo per cui, come si afferma in precedenza, diversi autori arabi prediligono questo tipo di genere letterario: oltre a ricostruire un’identità culturale, si può alludere, attraverso metafore e immagini lontane (anche a livello temporale), a invettive contro il nemico. La letteratura araba vanta di un ampio ventaglio variegato di testi fantascientifici: viaggi nel tempo e storie sia utopiche che distopiche. Insomma, nulla da invidiare ai colleghi europei. Questo tipo di testo non è solo puro intrattenimento, ma permette anche agli autori arabi di nascondersi dietro immagini fantastiche e spettacolari per poter produrre una letteratura impegnata, al pari di colleghi come Maḥfūẓ e tanti altri.

Con questo lavoro si è cercato di creare una “mappa letteraria” del mondo arabo per
spiegare le varie tappe del colonialismo e di ciò che avvenne con la sua caduta. Vengono
toccati, in ogni caso, quasi tutti i paesi arabi per avere un quadro completo della letteratura araba. Si evidenza, inoltre, che i testi e gli autori qui citati sono solo una minima parte rispetto all’enorme corpus di lavori e autori che fanno parte della cultura araba. Come si può notare, molto importante è anche il contributo di autrici donne: queste scrittrici hanno dovuto lavorare doppiamente. In un mondo già difficile di per sé, sono riuscite a spiccare il volo e denunciare non solo la loro personale condizione, ma anche la vita politica del posto in cui hanno vissuto. Ci vorrà ancora tanto tempo e molto lavoro per poter vedere, o almeno sperare di vedere, un mondo arabo riparato e non in mille pezzi. La letteratura araba, in questo senso, si può considerare un buon collante, o, comunque, un punto di partenza. Si evidenza, infine, che questa letteratura, purtroppo, è ancora poco conosciuta nel mondo e si spera, in futuro, che le persone possano avvicinarsi ad essa e scoprire un nuovo ed interessante mondo.