Algoritmo

Internet è una grande vetrina espositiva, dove è molto semplice poter mettere in esposizione diversi contenuti, ma è altrettanto semplice venir risucchiati dalla quantità di dati e interazioni. Gli algoritmi sembrano quasi essere entità spietate: un post valido diventa meno importante in relazione ad un post contenente una fake news, solo perché questo ha ricevuto più ‘mi piace’ e commenti.
Conoscere –anche solo a grandi linee- come funzionano determinati algoritmi, i quali ormai fanno parte della vita quotidiana, significa comprendere che noi utenti siamo parte attiva di essi: i nostri dati, le nostre interazioni e le nostre scelte influenzano enormemente ciò che gli algoritmi ci propongono ogni giorno.

L’algoritmo: cos’è?

L’algoritmo, in ambito matematico, indica un procedimento di calcolo che, dopo una serie di operazioni, giunge ad un risultato finale. Analogamente, anche in ambito informatico, l’algoritmo altro non è che l’insieme di istruzioni che servono ad una macchina computazionale per eseguire un’elaborazione o risolvere un problema.
Particolare ma estremamente esplicativa è la definizione del dottor Panos Parpas:

“There are lots of types, but algorithms, explained simply, follow a series of instructions to solve a problem. It’s a bit like how a recipe helps you to bake a cake. Instead of having generic flour or a generic oven temperature, the algorithm will try a range of variations to produce the best cake possible from the options and permutations available.[1]”

È opinione comune che il termine sia stato coniato in onore del matematico persiano Muhammad ibn Mūsā al-Khwārizmī, vissuto durante il nono secolo e conosciuto per aver maturato le tecniche fondamentali dell’algebra. Ma, probabilmente, è più accurato dire che tale vocabolo derivi da algorism il quale indica il sistema decimale arabo. Il termine stesso è una variazione francese dell’alterazione latina del cognome di al-Khwārizmī[2].
Quando si parla di algoritmo in campo informatico, storicamente parlando, è fondamentale citare il contributo del britannico Alan Turing, vero e proprio padre dell’informatica. Turing, infatti, comprese come alla base della computazione vi fosse l’algoritmo inteso come una serie di istruzioni che, eseguiti dalla macchina, giungono ad una risoluzione finale. Sostanzialmente, senza Turing –e dunque senza algoritmo- il computer non esisterebbe[3].
Gli algoritmi sono ormai diventati parte integrante della vita di tutti i giorni, soprattutto quelli utilizzati nei Social Network come Facebook, Twitter e Instagram. Conoscono i gusti degli utenti e si nutrono delle diverse interazioni, dei dati, delle preferenze di tutti. Un esempio evidente del lavoro dell’algoritmo è quando si cerca un determinato articolo sul sito Amazon e dopo poco tempo, dopo alcuni scrolling su Facebook, appaiono pubblicità riguardo lo stesso prodotto.
Navigare in internet senza comprendere il loro ruolo e le loro azioni è come “guidare nel buio senza la luce accesa”[4] e, pertanto, conoscere bene come funzionano gli algoritmi che regolano la vita online significa poterli riconoscere e, per quanto possibile, addirittura anche giocarci. A questo proposito è interessante l’esperimento di Martina Mahnke ed Emma Uprichard, le quali hanno giocato con l’algoritmo dell’autocomplete di Google, notando come, a distanza di diversi minuti e con la stessa frase, l’autocomplete rimandava a risultati differenti. Inoltre, lo stesso algoritmo può stimolare creatività, poiché, scrivendo solo “algo”, l’autocomplete riporta a risultati totalmente differenti da algoritmo, come “algonquin”, ovvero un hotel[5].

La visibilità ai tempi di internet: gli algoritmi di Facebook e Twitter

I Social Network nascono come luoghi sociali, dove le persone condividono i propri pensieri, le proprie foto e riescono a mettersi in contatto con parenti, amici e conoscenti in generale. Ultimamente, però, i social come Facebook si sono trasformati in contenitori di informazioni, tanto che una recente ricerca ha dimostrato come, nel 2017, più della metà degli americani (il 67%) legge le notizie dai social media[6]. Alla luce di questi dati, appare evidente come sia necessario conoscere gli algoritmi che regolano la visualizzazione e l’esposizione delle informazioni di Facebook stesso e di un altro importante social network, Twitter, poiché sembra molto semplice che una notizia possa ‘sparire’ per far spazio ad altre molto più seguite.

Riguardo Facebook, sebbene anche i suoi algoritmi vengano aggiornati molto spesso, vale la pena citarne uno molto importante: EdgeRank. Tale algoritmo, utilizzato fino al 2011, si basa su tre fattori principali, ancora oggi applicati insieme a molti altri, nel più complicato “algoritmo di Facebook”. Questi tre parametri sono l’affinità, il peso e il tempo di decadimento. L’affinità è l’intensità di scambi e interazioni tra un utente e l’altro. Più interazioni si ha con un utente, più apparirà sulla bacheca. Il peso riguarda un post: un post di sole parole è meno pesante di uno contenente un link o una foto. Ovviamente anche i mi piace, i commenti e le condivisioni rendono un post più ‘pesante’. Il tempo di decadimento è il tempo trascorso dalla pubblicazione del post: col passare del tempo risulterà sempre più difficile che tale post possa apparire in bacheca[7].
Uno degli ultimi aggiornamenti di Facebook, annunciato dal creatore stesso in un post sul social network in questione, si basa sulle interazioni tra utenti, portando più visibilità ai post che creano più interazioni, al fine di incentivare la connessione con amici e parenti.

Passando a Twitter, nel 2016 è stato introdotto un nuovo algoritmo, dal nome “Timeline Algorithm”. In precedenza, i tweet erano mostrati in ordine cronologico: l’ultimo tweet appena creato sarebbe stato il primo a comparire nella timeline, fino a scorrere e trovare quelli sempre più vecchi. Con l’algoritmo del 2016 tutto questo cambia: molto simile alla politica di Facebook, Timeline Algorithm riordina la timeline di Twitter e non è più possibile vedere i tweet in ordine cronologico. I primi tweet saranno, dunque, quelli con ‘maggior peso’: quelli con più likes, retweet e risposte, o anche quelli degli utenti con cui si scambiano maggiori interazioni[8].
Attualmente è possibile ritornare ad una versione cronologica della timeline di Twitter, cliccando su un bottone con delle ‘stelline’, il quale prevede la possibilità di ritornare a vedere i tweet più recenti all’inizio.[9]

 

Note

[1]L. Hickman, How algorithms rule the world, https://www.theguardian.com/science/2013/jul/01/how-algorithms-rule-world-nsa, 2013

[2]T. Gillespie, “Algorithm”, in Digital Keywords, A Vocabulary of Information Society and Culture, a cura di Benjamin Peters, Princeton and Oxford, Princeton University Press, 2016, pp 18-19

[3]A. Goffey, “Algorithm”, in Software Stuedies, a Lexicon, a cura di Matthew Fuller, London, The MIT Press, 2008, p 16

[4]S. Davies, Decoding the social media algorithms. A guide for communicators, https://www.stedavies.com/social-media-algorithms-guide/

[5]M. Mahnke e E. Uprichard, “Algorithming the Algorithm” in Society of the Query Reader: Reflections on Web Search, a cura di König R. e Rasch M., Amsterdam, Institute of Network Cultures, 2014, pp 261-265

[6]E. Shearer, J. Gottfried, News Use Across Social Media Platforms, http://www.journalism.org/2017/09/07/news-use-across-social-media-platforms-2017/, 2017

[7]Come funziona l’algoritmo di facebook, http://webcrew.it/come-funziona-algoritmo-di-facebook/

[8]S. Davies, Decoding the social media algorithms. A guide for communicators, https://www.stedavies.com/social-media-algorithms-guide/#Twitter_Algorithm

[9]C. Netwon, Twitter is relaunching the reverse-chronological feed as an option for all users starting today, https://www.theverge.com/2018/12/18/18145089/twitter-latest-tweets-toggle-ranked-feed-timeline-algorithm, 2018

Postumano

Il termine postumano si presenta come complesso e diversamente articolato. Non può esserci una definizione precisa e il filo rosso che collega le diverse declinazioni del termine spesso si annoda per mostrare approcci diversi e continue contraddizioni. Per cercare di inquadrare il termine e comprenderne il significato si potrebbe partire dalla lettura del testo di Rosi Braidotti: Il Postumano. “Cos’è il postumano? Quali sono gli itinerari storici che possono condurci al postumano?” (Braidotti, 2013, 3). Questi sono solo alcuni degli interrogativi dai quali Braidotti parte per formulare la sua proposta di una svolta delle Scienze Umane. Nella prima parte del libro uno dei punti di partenza è la critica all’umanesimo e la distruzione dell’ideale dell’Uomo Vitruviano, individuando l’antiumanesimo come risorsa importante per il pensiero postumano. Il perché della critica all’idea dell’Uomo in quanto universale elaborata dalla generazione degli anni Sessanta e Settanta, dai movimenti decoloniali, dai black studies e dai movimenti femministi, è esposta nel seguente estratto:

“L’umano dell’umanesimo non è un ideale, né una statica media obiettiva o un mediatore necessario. […] L’umano è una convenzione normativa, non intrinsecamente negativa, ma con un elevato potere regolamentare e dunque strumentale alle pratiche di esclusione e discriminazione. Lo standard umano rappresenta la normalità, la normazione, la normatività. Esso funziona trasponendo un particolare modo di essere umano in un modello generalizzato, che è categoricamente e qualitativamente distinto dagli altri sessualizzati, razzializzati e naturalizzati e in opposizione agli artefatti tecnologici. L’umano è il costrutto storico che ha saputo consolidare una convenzione sociale intorno alla sua «natura umana» ” (Braidotti, 2013, 32).

Umano come convenzione normativa che non lascia voce ai soggetti emarginati e che esclude chi non rientra all’interno della categoria di uomo maschio, bianco e occidentale. Gli altri sono i neri, i gay, le donne e tutti esclusi dalla categoria principale che solo in apparenza è neutra. L’idea di postumano deriva anche dalla critica all’eurocentrismo e “all’idea dell’Europa come culla dell’umanesimo, guidata da una sorta di universalismo che la dota di senso di finalismo storico unico” (59). L’uomo come soggetto razionale è messo in crisi e decentralizzato. Il filosofo francese Michelle Foucault costituisce un precedente alla teoria del postumano quando annuncia la morte dell’Uomo in Le parole e le cose (1967)[1] e la sua critica all’umanesimo. Nelle parole di Braidotti:

“L’antiumanesimo consiste nel disconnettere l’agente umano dalla sua posizione universalistica, richiamandolo a rendere conto, e a spiegare, le azioni concrete che sta intraprendendo. Una volta che il soggetto, in precedenza dominante, si è svincolato dalle sue delusioni di grandezza e non è più il presunto responsabile del progresso storico, emergono differenti e più nitide relazioni di potere” (29).

La nuova Donna Vitruviana si pone come un esempio di ribaltamento dell’Uomo Vitruviano di Leonardo e si inserisce all’interno della pratica femminista come “legame di solidarietà tra uno e i molti”. (28)

Figura 1 La nuova donna vitruviana, Friederich Saurer/Science Photo Library

Il termine postumano diventa punto di partenza per affermare un nuovo tipo di uomo e, per Braidotti, anche per ripensare le scienze umane come scienze postumane in un contesto di “transizione, di ibridazione e di mobilità nomade, in società emancipate (postfemministe), con alti gradi d’intervento tecnologico” (190). Ripensare le scienze umane sulla base della teoria femminista nella misura in cui esse possano contaminarsi con le scienze ed essere interdisciplinari.

“In una nuova effusione di creatività intellettuale, le scienze postumane della multiversità globale, includeranno: l’informatica umanistica o digitale, le scienze umane neuronali e cognitive, le scienze umaniste ambientali ed ecologiche e le scienze umane biogenetiche e quelle globali. Inoltre, adempiranno anche al compito di studiare quali metodi di ricerca e quali prospettive sono sviluppate dalla pratica letteraria e da quella artistica.” (189)

Il rapporto con la tecnologia è un importante nodo che tiene insieme i diversi approcci al termine postumano. In Donna Haraway la nuova formulazione della soggettività è nella figura del cyborg, la cui caratteristica principale è l’ibridità e la sfida ai dualismi. Nella prefazione di Manifesto Cyborg (Haraway, 2018), Braidotti indica il cyborg come rappresentazione di lotta politica e critica femminista “ In quanto ibrido, misto di corpo e macchina, il cyborg è una entità che tesse legami, è una figura interattiva che evoca nuovi modi d’interazione” (24) [2]. Quanto siamo utenti e quanto siamo macchine?  Il cyborg di Donna Haraway può legarsi al termine postumano in relazione alla decostruzione della centralità dell’uomo per ripensare a nuove soggettività. Cosa significa essere uomo ed essere macchina? Il cyborg è un sistema che comunica con l’ambiente esterno attraverso un sistema di feedback positivi e negativi. “Cyborg è un composto di cyborg e organism: significa organismo cibernetico ed indica il miscuglio di carne e tecnologia che caratterizza il corpo modificato da hardware, protesi e altri impianti” (11). Se non vi è distinzione ontologia tra uomo e macchina, individuandoli entrambi come sistemi cibernetici, se tutto può essere concepito come sistema cibernetico[3], quanto l’uomo è differente anche dagli animali? Nell’introduzione a What is Posthuman (2009) Cary Wolfe afferma che il termine postumanesimo può generare “definizioni diverse e persino irreconciliabili”(xi). Cerca di formulare il suo senso di postumano ripensando ai nostri modi di esperienza umana e decostruendo la centralità dell’umano rispetto al mondo degli animali e della natura, nella misura in cui la questione del postumanesimo insiste sul fatto che l’essere umano è “una creatura protesica che ha coevoluto con varie forme di tecnicità e materialità, forme che sono radicalmente non-umane e tuttavia hanno reso l’umano ciò che è” (xxv). Gli studi di Cary Wolfe includono anche i disabilities studies e gli animal studies con l’intento di ripensare i modelli di soggettività rispetto le esperienze di vita di “animali non umani” e di “chi è definito (in modo problematico, senza dubbio) il disabile” (xxix).

L’interrogativo sul come è presente anche nel testo di Katherine Hayles ed evidente nel titolo: How we Became Posthuman (1999). Come diventiamo postumani? La linea di demarcazione tra uomo e macchina è sempre più sottile, quasi invisibile: “The posthuman subject is an amalgam, a collection of heterogeneous components, a material-informational entity whose boundaries undergo continuous construction and reconstruction” (Hayles, 1999, 3).  Ci sarebbero pagine da scrivere su ogni testo citato in questo saggio per provare almeno a slegare sommariamente i nodi intorno il postumano e al soggetto postumano di cui parla Hayles. Partendo dalla critica all’umanesimo e dalla decostruzione del soggetto umanista liberale, l’attenzione passa sul corpo, il concetto di embodiment, letteralmente incarnazione o essere incarnati e la possibilità di separare la mente dal corpo. Il passaggio dall’umano al postumano porta emozioni di contrasto, spaventa. La  paura è l’idea che il corpo possa essere considerato come accessorio e non base dell’essere, in questo contesto il suo sogno è che il postumano possa abbracciare le tecnologie dell’informazione senza le fantasie di un potere illimitato e la possibilità di una immortalità disincarnata (5). Una domanda sorta durante le letture è stata: è necessario oggi parlare di postumano? La decostruzione di uomo come categoria universale e la critica arrivata dai movimenti decoloniali, femministi e dagli altri movimenti a partire dagli anni Sessanta, oggi più che mai è necessaria per dare voci agli altri, per comprendere che ogni nostra azione ha un effetto sul pianeta e per ripensare a nuove ecologie e politiche ambientali rifiutando l’individualismo per andare verso “sentimenti di interconnessione tra sé e gli altri” (Braidotti, 2013, 53). In un periodo storico in cui costantemente si presenta la dicotomia noi/altri, la sfida è attuare un processo di decostruzione per rendere il soggetto “degno del presente”, un soggetto che può essere il cittadino europeo, il migrante o il rifugiato, attraverso “la critica del gretto interesse personale, dell’intolleranza e del rifiuto xenofobico degli altri” (57).

Diventare postumani probabilmente è anche resistere.

Riferimenti bibliografici

Braidotti Rosi, (2013), Il postumano La vita oltre l’individuo, oltre la specie, oltre la morte, Roma, DeriveApprodi.

Foucault Michel, (1967), Le parole e le cose. Un’archeologia delle scienze umane, Milano, Rizzoli, 393-414.

Haraway Donna J., (2018), Manifesto Cyborg. Donne, tecnologie, e biopolitiche del corpo, Milano, Feltrinelli.

Hayles, Katherine N. (1999), How We Became Posthuman. Virtual Bodies in Cybernetics, Literature, and Informatics, Chicago, The University of Chicago Press, 1-49.

Terranova Tiziana, (2014) “The (European) Posthuman Predicament. Rosi Braidotti’s The Posthuman and the Future of the Humanities”, Inflections of Technoculture. Biodigital Media, Postcolonial Theory and Feminism, Vol. 18, n. 2, 193-200.

Wolfe Cary, (2010), What is Posthumanism?, Minneapolis, University of Minnesota Press, xi-xxxiv.


[1]“L’uomo è un’invenzione di cui l ‘archeologia del nostro pensiero mostra agevolmente la data recente. E forse la fine prossima. Se tali disposizioni dovessero sparire come sono apparse, se a seguito di qualche evento […] precipitassero, come al volgersi del XVIII secolo accadde per il suolo del pensiero classico, possiamo senz’altro scommettere che l’uomo sarebbe cancellato, come sull’orlo del mare un volto di sabbia” (Foucault, 1967, 414).

[2] Interessante in Haraway è anche il riferimento alla scrittura e alla fantascienza femminista. Un esempio è il romanzo di Octavia Butler Dawn (1987) che “esplora le politiche riproduttive, linguistiche e nucleari su un piano mitico, strutturato dalla razza e dal genere nel tardo Ventesimo Secolo” (Haraway, 2018, 81).

[3] La cibernetica si pone come obiettivo lo studio dell’interazione tra uomo e macchina tramite un sistema di feedback. Le tecnologie cyborg si staccano dalla cibernetica classica per la maggiore autonomia data alla macchina nei confronti dell’elemento umano (Haraway, 2018, 11-12).

Biopolitica

Per Biopolitica s’intende, soprattutto a partire dalla elaborazione che ne ha proposto M. Foucault, un’implicazione diretta e immediata tra la dimensione della politica e quella della vita intesa nella sua caratterizzazione strettamente biologica. La pratica biopolitica ricorre prima ancora che nei Corsi tenuti da Michel Foucault al Collège de France nella seconda metà degli anni ’70, nel collegamento al concetto di sovranità. Il sovrano non può disporre direttamente della vita dei sudditi, ma può “esporla” alla morte quando esercita il diritto di guerra (obbligando i sudditi a difendere lo Stato) oppure sanzionarla con la pena capitale, quando ci si sollevi contro di lui oppure si sfidino apertamente le sue leggi.

A partire dalla contemporaneità assistiamo ad un cambiamento di priorità nei confronti della vita e della morte; secondo l’autore infatti vi è un importante cambiamento nel XIX secolo: il passaggio dal potere “sovrano” che agiva appunto dall’alto, con la spada, esercitando il diritto “di far morire o lasciar vivere” i suoi sudditi, a un potere che invece vuole organizzare, ordinare, dirigere la popolazione e vuole quindi gestire la vita, non più la morte. Il biopotere come potere non di morte, ma sulla vita. ”potrebbe dirsi che al vecchio diritto di far morire o di lasciar vivere si è sostituito un potere di far vivere o di respingere nella morte”, recita la formulazione foucaultiana.

Per comprendere meglio l’analisi di Michel foucault sulla biopolitica e la sua metodologia, dobbiamo introdurre i concetti di “popolazione” e “dispositivo-norma”.

Lo Stato (che nel corso della storia si sostituisce al sovrano) considera i governati come “popolazione”, cioè come costituenti un gruppo determinato di esseri viventi che appartengono alla stessa specie e in più vivono fianco a fianco, essendo distribuiti in un territorio determinato. Ciò conduce a relazioni fra loro che possono produrre conseguenze favorevoli per il benessere di tutti, ma anche avere esiti sfavorevoli e pericolosi. All’interno della popolazione gli individui sono considerati come eguali, perché ciò permette i calcoli della scienza amministrativa. La popolazione non è un fenomeno naturale, ma, in quanto oggetto della politica, è un prodotto artificiale, la cui crescita o decrescita dipende dal buon governo. Tale concetto è totalizzante e non individualizzante, non considera il corpo umano come macchina ma come specie, non si rivolge all’uomo-corpo o alla molteplicità degli uomini in quanto corpi, ma alla massa globale dei governati che abitano lo stesso territorio e che sono investiti da processi vitali tipici della specie umana, come la nascita, la morte, la produzione, la malattia. I primi “oggetti di sapere” e i primi “obiettivi di controllo” della biopolitica sono stati fenomeni come il tasso di natalità, di mortalità, il tasso di riproduzione, di morbilità e di fecondità di una popolazione, che a partire dal XVII secolo erano stati messi in connessione con i problemi economici e politici degli Stati.

All’emergere della pratica biopolitica si crea un nuovo modo di intendere il concetto di popolazione, come corpo compatto governato da determinate e precise leggi. Queste leggi vanno quindi studiate, analizzate e conosciute al fine di piegarle verso il proprio interesse di governanti e per il mantenimento del corpo stesso, tramite determinati dispositivi quali possono essere la demografia e la statistica; è qui che entra in gioco il “dispositivo-norma”.

Ma che cos’è la norma di cui parla Foucault? Non è altro che il complesso delle tecniche di governo che agiscono sui corpi e sulle popolazioni in vista di una loro “disciplina” (con l’inquadramento in determinati organismi come l’esercito e la scuola) e “regolazione” (popolazioni). L’anatomopolitica dei corpi e la biopolitica delle popolazioni sarebbero così i due lati di una sola medaglia, la società della normalizzazione, volta a imbrigliare «la vita» entro schemi rigidi di condotta individuale e collettiva. Secondo Foucault più che promulgando leggi da far rispettare, il potere biopolitico agisce creando una “norma” che va seguita se si vuole rientrare nei parametri di chi ha diritto al benessere, fornendo tecniche (come ad esempio quella medica) che permettano di rientrare in questi suddetti parametri.

Siamo partiti dalla definizione dataci dallo stesso Foucault di Biopotere come potere di far vivere e lasciar morire; ma fino a questo momento è stato descritta solamente la pratica riguardante il “far vivere”. Dove si realizza dunque il potere di “lasciar morire”? quali categorie ne sono soggette?

Paradossalmente la morte non esce affatto dal panorama, ma viene sfruttata come strumento per ottenere “un più” di vita. Infatti proprio nell’epoca contemporanea si sono viste le più crudeli e terribili guerre e stragi dell’umanità. “le guerre non si fanno più in nome del sovrano che bisogna difendere; si fanno in nome dell’esistenza di tutti; si spingono intere popolazioni a uccidersi reciprocamente in nome della loro necessità di vivere”.

Foucault, dunque individua nel razzismo un potentissimo dispositivo biopolitico: non solo si addita una determinata parte della popolazione come non idonea a farne parte (escludendola dunque di fatto dal corpo stesso della popolazione), ma si lascia aleggiare, se non addirittura si fomenta, la paura che tale parte possa costituire un germe che vada a infettare la parte “sana”, trascinandola nel baratro della sua a-normalità.

stiamo parlando dunque, se vogliamo spostarci in un ambito più pratico del nero, il povero , l’omosessuale. Ancora oggi tristemente ci troviamo di fronte all’esclusione di tali categorie dall’orizzonte della normalità, di chi quindi ha pieno diritto al benessere. Tale esclusione comporta una successiva reclusione in determinati spazi creati appositamente, come poteva essere un tempo il manicomio, come poteva essere la work-houses di vittoriana memoria, come è stato il campo di concentramento per gli omosessuali in epoca nazista, o, se vogliamo citare esempi più recenti, è una esclusione biopolitica impedire a 177 migranti di sbarcare da una nave attraccata oppure non prestare cure mediche ad un tossico agli arresti, nella piena responsabilità dello stato.

Questo è il ragionamento che sottostà: “più le specie inferiori tenderanno a scomparire, più gli individui anormali saranno eliminati, meno degenerati rispetto alla specie ci saranno, e più io, non in quanto individuo, ma in quanto specie, vivrò, sarò forte, vigoroso e potrò prolificare”. Inquietantemente vediamo ricomparire queste derive, secondo Foucault, nella società contemporanea, cui protagonista è l’homo oeconomicus, che è invitato a essere imprenditore di se stesso, a contribuire in prima persona alla crescita, non solo economica, essendo agente attivo che si sposta, si educa e a sua volta educa, per garantire anche una continuità familiare. Si tratta a ben vedere di un governo razionale, che è però ben più dispotico di quel potere sovrano che esercitava il re sul suddito: è razionale perché segue una logica ben precisa che promette risultati rassicuranti (il benessere, quasi la felicità), è più dispotica perché le sue trame sono nascoste appunto sotto questa razionalità, che fa apparire giustificata anche l’azione più aberrante. La resistenza a un simile tipo di potere è pressoché impossibile perché si rimane incastrati nella sua logica e anzi la si fomenta, semplificando: io sto bene, vedo chi sta male e non voglio assolutamente finire così, perciò ringrazio chi mi governa e seguo scrupolosamente le sue indicazioni normalizzatrici.