Cestini Materiali di Partenza

Ci sono delle volte in cui mi sembra di vivere in un ghetto, e non solo perché dove abito io, la stereotipata Forcella, abita una grande quantità neri, migranti, proletari; non è neanche perché una sera si e una sera no io e la mia compagna sentiamo i fuochi d’artificio e facciamo il gioco “santo, droga o scarcerazione? ”. È l’immondizia. C’è immondizia ovunque, sempre. 

Circa un milione di persone vive a Napoli, senza contare i turisti e i pendolari delle varie Circum-flegrea/vesuviana che, in tempi normali, vanno e vengono quotidianamente. A queste condizioni è difficile non immaginare una grandissima quantità di immondizia prodotta. Ma quando mi capita di attraversare il centro per andare al cinema, alla mostra d’arte (o qualsiasi servizio non degno per un quartiere come il mio), quando arrivo al quartiere di Chiaia con i suoi bar, le sue gioiellerie e le gelaterie artigianali finissime, mi rendo conto che non c’è la minima traccia di immondizia per le strade. Lo stesso numero di persone vive in questi luoghi rispetto al quartiere dove abito e, presumibilmente, in questi luoghi si crea la stessa quantità di rifiuti, ma le loro strade pulite ci dicono tutt’altro.

Un osservatore casuale potrebbe pensare che le persone che vivono nel mio quartiere, perlopiù poveri, perlopiù migranti, sentano meno l’orgoglio cittadino; che gettino la carta della caramella, il fazzoletto usato, le bottiglie di birra mezze vuote, i cartoni della pizza e gli scontrini a terra perché a loro non importa mantenere i loro marciapiedi puliti e vivibili. E questo, lo stesso osservatore potrebbe aggiungere, è per via di un deficit culturale: in poche parole si tende a pensare che gli abitanti di Forcella non diano valore al posto dove vivono, la loro casa, perché questo valore non gli è stato inculcato in alcun modo.

Se ci pensiamo bene, ci rendiamo conto che non abbiamo molti strumenti per guardare il problema dell’incuria urbana, se non uno: una narrazione che, a partire dalle scuole, le associazioni giovanili, fino ai gruppi su Facebook [nome della tua città] indignata, si limita a risolvere il problema dell’immondizia secondo la dicotomia civiltà/inciviltà. Io stesso devo ammettere che sono cresciuto in un contesto che mi ha insegnato che l’azione politica su questo tema, oltre al mettersi la carta della caramella in tasca, si basa esclusivamente sull’indignazione; un educazione che mi offre uno spettro di scelte che si limita a “giudizio morale civile” oppure “inciviltà omertosa”. Se c’è troppa immondizia per le strade di un quartiere allora la colpa è dell’inciviltà dei suoi abitanti che non hanno il buon senso, se non le capacità intellettive o l’educazione, di capire l’importanza dell’igiene e della pulizia delle strade.

Quando ci capita di assistere ad un fatto del genere, la nostra mente immediatamente isola il gesto di gettare una carta a terra dal contesto in cui lo si vede, se non visivamente, quantomeno concettualmente: siamo programmati a concepire un tale atto come un episodio di inciviltà senza domandarci quali siano le cause personali, materiali e sociali. 

Poca o nessuna considerazione viene data al fatto che nel mio quartiere non c’è il ritiro “porta a porta”, non ci sono bidoni condominiali non ha abbastanza campane rispetto al quartiere Chiaia. La città avrebbe potuto installare più recipienti qui, se solo mantenere un quartiere fatto di neri, migranti e poveri fosse importante. Avrebbe potuto pagare qualcuno di questi neri, migranti e poveri per raccogliere l’immondizia, anziché incrementare le ronde dei carabinieri e la polizia che passa cinque o sei volte al giorno.

Tutto questo potrebbe suonare come una critica alla morale politica e all’etica in generale. Tutt’altro, sono convinto che un’etica cittadina ecologica, un’etica cittadina di vivibilità sia importante, se non necessaria, non solo per quel che riguarda l’ambiente, ma anche il lavoro, la turistificazione, il diritto abitativo ecc. È necessario però, affinché una politica che si basi esclusivamente sull’etica sia efficace, che tutti i cittadini, anche quelli del mio quartiere, abbiano le stesse possibilità e condizioni materiali di partenza. L’etica senza questa cruciale condizione resterebbe solo mero moralismo.

Assembramenti precari

Scendere in piazza tra interdipendenza e precarietà

Nessuno si salva da solo. È la lezione che abbiamo appreso in questi mesi del 2020 da quando il Coronavirus ha sconvolto (e continua a sconvolgere) il pianeta. Ma se nella fase uno ci siamo accorti che la nostra salute dipendeva dal modo in cui ci distanziavamo, dal buon senso comune che ha visto le comunità separarsi fisicamente e tentare la socialità in altri modi (primo tra tutti le comunità digitali); oggi, con la fase due, e le conseguenti fratture sociali ed economiche che ha generato, nessuno si salva a casa Da solo. Che sia per il lavoro, ma anche per la tanto stigmatizzata movida, oggi i corpi sono chiamati a ricucire un tessuto sociale ed economico. Stiamo parlando di una sorta di dipendenza dagli altri e dall’ambiente, che diventa materia politica quando parliamo di quegli assembramenti che una volta erano conosciuti come “proteste”.

“Happiness is real only when shared”.

Questo bisogno dell’altro secondo alcuni pensatori è implicito nella costruzione della società stessa: si pensi al Leviatano di Hobbes, che definisce lo stato come quella parte di libertà a cui abbiamo rinunciato perché lo stato possa prendersi cura di noi e da cui dipende il nostro benessere. Siamo insomma esseri relazionali,nel senso che siamo presi in relazioni di dipendenza. In altre parole non possiamo dissociarci del tutto dalle condizioni infrastrutturali e ambientali del nostro vivere e agire. La dipendenza, nostra come delle altre creature viventi, dalle forme di sostegno infrastrutturale ci espone a una specifica forma di vulnerabilità che possiamo sperimentare in tutti quei casi in cui non siamo sostenuti dalle stesse cose o persone da cui dipendiamo, quando quelle condizioni infrastrutturali iniziano a decomporsi o quando ci troviamo radicalmente privi di sostegno, in situazioni di precarietà.

Ecco che agire in nome di quel sostegno, quando ne siamo privi, diventa un istinto performativo plurale che spinge l’essere umano a quelle che Judith Butler chiama le “ Alleanze dei corpi”: proteste, rivolte, addirittura rivoluzioni. Se la dipendenza da strutture di supporto viene a mancare, quella con l’altro è, forse, l’essenza del nostro essere, la via plurale è l’unica realmente percorribile. Mi viene in mente quando Alexander Super-tramp dopo aver raggiunto Alaska si rende conto che “La felicità è reale solo se condivisa”.

Proprio perché i corpi si costituiscono in relazione a (o in assenza di) supporti infrastrutturali e reti di relazioni sociali e tecnologiche, derivando da essi il proprio sostegno, non è possibile estrarre il corpo dalle sue relazioni costitutive — che sono sempre economicamente e storicamente contingenti. (Judith Butler)

Il diritto di ribellarsi

Se biologicamente parlando abbiamo superato la fase peggiore della pandemia, la nostra società si sta preparando ad una crisi paragonabile, se non superiore, a quella del 2008. Al centro di questa tensione, grande importanza assumeranno le lotte etiche e politiche per estendere i confini del riconoscimento dei diritti.

Detto in termini diversi, l’urgenza è quella di ribellarsi alla precarietà, dove la precarietà caratterizza la condizione (politicamente indotta)di vulnerabilità ed esposizione alla violenza di stato, domestica o di strada, così come ad altre forme di violenza non statuali ma che gli strumenti statali non tutelano adeguatamente. la precarietà è in sostanza una discriminante che descrive varie forme di invivibilità.

Proprio a partire da queste esistenze precarie può e deve prender forma un discorso più ampio su una politica delle alleanze e una democrazia dei corpi.

L’agire di concerto rappresenta una forma incarnata di contestazione e di delegittimazione delle concezioni dominanti del politico. Quando si raggruppano nelle strade, nelle piazze ed in altri luoghi pubblici, i corpi esercitano un “diritto performativo di apparizione”, ovvero un diritto di insediamento del corpo nello spazio politico, che pone l’istanza di un insieme di condizioni economiche, sociali, politiche più vivibili, sottratte alle forme indotte di precarietà. È quì che l’espressione “Nessuno si salva da solo” diventa prettamente politica, declinando in un modo di agire che dalla rivoluzione industriale in poi ha portato le moltitudini per strada con le bandiere, i pugni alzati e gli slogan accattivanti.

Ricapitolando: siamo esseri dipendenti, se siamo esclusi da questa relazione di supporto e siamo in balia della precarietà, ci rimettiamo alla relazione con altri esseri precari e agiamo in maniera plurale.

Le rivendicazioni plurali fatte in nome del corpo (protezione dalla violenza, servizi, nutrimento, mobilità, libertà di espressione) sono il presupposto e il segno di una prospettiva etica che pensa ogni soggetto nella sua relazione vitale e costitutiva con gli altri, con l’ambiente e con le tecnologie. La precarietà che ci è stata indotta , in questo senso, non può essere un Ipse dixit immutabile. Essa al contrario ci deve spingere ad un’azione collettiva che riconosce la dipendenza di ciascuno dagli altri e dal mondo e di contestare la precarietà rivendicando l’uguaglianza necessaria affinché ciascuno viva una vita buona.

Panico, Libertà e Rivolta

Riflessione sullo stato delle democrazie ai tempi del corona-virus

L’emergenza corona-virus ha scatenato vari stati di panico sociale, tra i più emblematici troviamo sicuramente quello dei “fuorisede”: poche ore prima che fosse emanato un decreto restrittivo, molte persone hanno “assaltato” i treni nella speranza di poter passare la quarantena a casa con la propria famiglia, invece che soli ed in un’altra città. Stati panico che sono stati tutti bollati come irresponsabili (e in un certo senso lo sono stati) senza pensare che possa essere causa di sentimenti più profondi: potremmo interpretarli come reazioni naturali ad una limitazione di alcune delle libertà personali.

Piccola premessa, prima che si scatenino critiche di ogni tipo: questo è il sistema in cui viviamo, un sistema che permette ai nostri governanti (scelti democraticamente e liberamente, si spera) di ridurre lo spazio della nostra libertà, allo scopo di risolvere situazioni di pericolo, reale o supposto che sia. Questo scritto non ha lo scopo di invitare a violare le leggi emanate dal governo in questi giorni, tanto meno i comportamenti di civiltà e cordialità non scritti. Malgrado ciò, credo che una riflessione su questa democrazia vada fatta, perché al di là di una quarantena che credo sia utile, possiamo ragionare sullo stato della nostra democrazia, che si è rivelata sempre più come un sistema che si occupa di gestire le persone attraverso i corpi.

In primo luogo, questa crisi conferma le parole di Giorgio Agamben quando dice che siamo tutti “nude vite”. Detto in altri termini, oltre alle nostre idee, i nostri pensieri e le nostre coscienze, che ci coinvolgono politicamente in atti democratici, come le elezioni, e possiedono determinate libertà come quella di parola di opinione e di scelta, anche i nostri corpi sono investiti dal potere, ma solamente in maniera passiva: essi vengono controllati, gestiti e, nel peggiore dei casi, come una pandemia, esclusi. Il decreto emanato dal governo, infatti, ci esclude fisicamente da strade, piazze e parchi, ci preclude un diritto di assemblea, pena tre mesi di carcere e duecento euro di multa. In sostanza una nuda vita è una vita disposta da un potere più alto e controllata attraverso leggi e limitazioni nella forma di esclusione.

Lungi dal voler cominciare una protesta o rivoluzione vorrei solamente riflettere, dal mio comodo divano in una casa con il pavimento che odora di Lysoform, su una dinamica di governo che diamo per scontato e che emerge in maniera più intensa e vigorosa in questo “stato di eccezione”, tanto per citare ancora Agamben. Effettivamente, questa situazione di governo, che ci rende tutti nude vite, per alcune fasce di popolazione è una realtà quotidiana e permanente. Un esempio su tutti è quello dei reclusi nei campi profughi i cui corpi sono controllati e gestiti, tenuti accuratamente al di fuori dei confini; non solo, se regolarizzati essi sono costretti a una fissità sociale e lavorativa, sottopagata e sfruttata. Alla peggio, i loro corpi vengono rimpatriati.

R. Lavora in nero e V. ha un regolare contratto. Quando il corona-virus è scoppiato e la zona rossa si è allargata a tutta l’italia, V. si è sentita disperata mentre R. no. In quest’ottica potremmo considerare la vita di R., e in generale di tutti i lavoratori in nero,più nuda, più soggetta ad un potere che controlla i corpi attraverso il discorso della “gavetta” e dei “giovani”. La disperazione di V. ad una cassa integrazione è dovuta dalla consapevolezza di essere nuda vita, di ritornare, ad esigenza di un governo, più nuda, più esclusa.

L’esempio più calzante per per concludere questa riflessione che parte da una pandemia ma ci interroga sullo stato della nostre democrazie non può non coinvolgere le rivolte che si sono scatenate in questi giorni nelle carceri italiane. Perché se è vero che siamo tutti nude vite, se è vero che possiamo essere tutti disposti, organizzati, esclusi dal potere “sovrano”, è anche vero che non siamo gestiti tutti allo stesso modo, e che se per noi è un sacrificio (tutto sommato minimo e limitato in un tempo assai breve) rinunciare alla nostra libertà, per chi vede il proprio corpo già limitato in maniera importante, ulteriori privazioni di libertà, come l’ora d’aria, le visite(aggiunte al sovraffollamento delle carceri italiane) rappresentano un motivo di disagio che può portare a situazioni critiche. Un disagio che oltre ad avere una connotazione fortemente politica sullo stato delle case circondariali e sul sistema penale italiano, si ricollega in un senso morale alle forme di panico che la limitazione delle libertà personali ha creato anche nei fuorisede

Lo stato d’eccezione che ha investito tutta l’Italia ci deve spingere, nella sicurezza delle nostre case, ad una riflessione a più livelli sulla nostra democrazia, tanto amata e conquistata dai nostri nonni che hanno combattuto il totalitarismo, ma, come tutte le cose della storia, non destinata a durare per sempre; soprattutto perché comincia a rivelare fratture e incoerenze e comincia a puzzare di stantio. Dai carceri al lavoro, dalla libertà di movimento a quella di sciopero, oltre la fragilità clinica, che è presa in grande considerazione e che è tutelata in maniera eccellente, esiste la fragilità sociale che è permanente e poco presa in considerazione

Non esiste solo il bianco e il nero: la zona grigia della sparatoria a Napoli.

Sono le due di notte del primo marzo quando un uomo in macchina con la propria fidanzata viene avvicinato da due ragazzi su uno scooter armati di una pistola poi rivelatasi una replica. Quello che l’uomo ha visto, guardando fuori dal finestrino, è un ragazzo seduto sul sedile posteriore di uno scooter puntargli una pistola contro ed intimargli di consegnargli il suo Rolex. In un mondo perfetto il ragazzo consegna il suo orologio al ragazzino per poi, successivamente, denunciarlo alle autorità, aspettando che la giustizia faccia il suo corso. Sempre in questo mondo perfetto, il ragazzo avrebbe scontato la sua pena –qualunque essa sia- e grazie al sistema rieducativo sarebbe poi uscito per rifarsi una vita. La realtà dei fatti però ci racconta un’altra storia: il ragazzo derubato estrae la pistola che portava con sé e spara al passeggero del motorino, uccidendolo.

La storia avrebbe un seguito, fatto di vicende accadute successivamente alla sparatoria come i familiari e gli amici che sfasciano un reparto dell’ospedale o le indagini balistiche ancora in corso che ci raccontano di un ragazzo ucciso da più di un colpo, di cui uno alla testa. Ma vorremmo però restare un passo indietro e soffermarci sui risvolti politici e culturali che questo episodio mette in luce. Abbiamo voluto omettere un particolare che in realtà sembra condizionare tutte le opinioni riguardanti questa storia: l’uomo col Rolex è un carabiniere. Questo particolare conduce a due ordini di critica: la prima è quella che vede un lavoratore dell’arma essere sempre nella condizione di essere in servizio anche quando oggettivamente non lo è. La condizione del militare che deve essere sempre in servizio è una condizione mentale oppure è imposta dall’alto? Un idraulico una volta finite le sue 12 ore lavorative posa i suoi attrezzi e prosegue la sua giornata in abiti civili senza la sua salopette e certamente non porta con sé la sua chiave inglese in macchina quando esce la sera.  Ricordando ancora una volta che non ci troviamo in un mondo perfetto, il ragazzo in abiti civili, sentendosi sempre in servizio, ha deciso di farsi giustizia da solo e di reagire ad una violenza subita con la violenza legittima che il distintivo porta con sé. La seconda critica è rivolta a tutta la stampa, nessuna testata esclusa, che ha definito il ragazzo “carabiniere in abiti civili” rimarcando quindi l’idea che un uomo sia prima un Carabiniere e poi una persona, arrivando persino a legittimare (implicitamente e non) un gesto come quello di uccidere. Elevando questo ragazzo a Carabiniere da parte della stampa lo ha spostato fuori dalla zona grigia della realtà, romanzando e semplificando la vicenda in termini di buoni e cattivi (c’è chi addirittura ringrazia il Carabiniereper aver ucciso un reietto, facendone quindi un eroe). Questo porta inevitabilmente a far sprofondare l’altro personaggio della storia nel ruolo di antagonista assoluto.

Questa vicenda ha avuto una grossa risonanza arrivando addirittura a livello nazionale. La stampa ha posto le domande sbagliate: un po’ per vendere e un po’ per rinforzare uno status quo puramente borghese che vede quello poco acculturato che vive nel vasciocome un reietto. Il pubblico social ha visto le immagini al telegiornale, ha letto le parole della stampa e le ha rigurgitate in un senso puramente esclusivo, assolvendo il Carabiniere perché ha ucciso semplicemente un ragazzoche non è della loro specie, non produttivo, non acculturato, praticamente un sub-umano. Le domande che invece, secondo noi, dovrebbero essere poste sono quelle che dovrebbero portare in luce un contesto sociale basato su sistema di pensiero marcio: domande sulla mentalità dell’arma la cui vera pelle è la divisa e gli “abiti” civili sono in realtà travestimenti. Ma anche le condizioni di povertà che spingono un ragazzino (e non solo IL ladro) di 15 anni a rubare in piena notte. Chiedersi, inoltre, perché un uomo preferisca conservare la proprietà privata di poche migliaia di euro che risparmiare una vita. Se la morte di Ugo è considerata non degna di lutto è perché quando era in vita è stato considerato dalle istituzioni, dalle persone, dallo Stato, indegno di qualunque tipo di supporto.

Articolo scritto a quattro mani da Roberto Ardolino e Sara Dell’Aversano.

La monocoltura del turismo

Se vieni a Napoli piangi due volte, una quando arrivi e l’altra quando rimani bloccato tra la folla che guarda i presepi.

Una città non è solo un ammasso di strade ed edifici, ma è composta da un corpo architettonico e da un’anima civica. Quando la prima si mantiene nel tempo ma la seconda si affievolisce perché i suoi abitanti ne sono cacciati, allora la città stessa diviene banale, quasi fosse la riproduzione o il supermarket di sé stessa. (Rete SET)

Mi serve una buona dose di ipocrisia, perché sono stato turista in altre città e lo sarò ancora; il pacchetto “experience like a local” l’ho vissuto, provato ed a volte anche goduto. Tuttavia se qualcuno volesse davvero vivere like a local a Napoli, passerebbe le giornate ad imprecare contro una folla di zombie che camminano in processione su strade troppo strette per contenerli tutti.

Questa città da qualche anno a questa parte ha subito un incremento così grande del mercato turistico da mandare in corto circuito l’intero sistema e da cambiare radicalmente fisionomia, attività e luoghi. Napoli si sta trasformando lentamente in un parco a tema tarantelle e pulcinella e le attività stanno diventando recipienti di servizi per soddisfare backpackers, avventurieri, businessman e cultori dell’arte e del cibo. Il boost che ha ricevuto Napoli ha convinto molti ad aprire, modificare o cambiare le proprie attività in servizi per il turista.

L’ overtourism, non è nuovo nello stivale, ne troviamo i sintomi maggiori in città come Venezia e Firenze. Wikipedia lo definisce come “the perceived congestion or overcrowding from an excess of tourists, resulting in conflicts with locals”. In sostanza questo fenomeno avviene quando ci sono troppi visitatori in una specifica destinazione. Troppi è naturalmente un riferimento soggettivo, ma è stabilito in ogni città dai propri residenti, aziende, imprese e turisti stessi. Quando gli affitti si alzano e spingono fuori dai centri gli abitanti per fare spazio ad affitti per vacanze, quello è overtourism. Quando la fauna locale è spaventata e si sposta in altre zone, quando i turisti non riescono ad entrare nei musei, quando un sistema fragile comincia a collassare. ci sono tutti i sintomi dell’overtourism.

L’incremento significativo delle compagnie aeree low cost ha permesso a tutti i turisti con capacità di spesa minore di scegliere destinazioni considerate irraggiungibili prima di allora. Un’altra causa è rappresentata dalle navi da crociera che inondano le città con migliaia di turisti “Mordi e fuggi” che passato poco tempo nelle destinazioni, non spendono, ma che creano enormi disagi a cittadini e viaggiatori stessi. Un altro fenomeno che merita la nostra attenzione è quello dell’alloggio nelle case private: è incontrollato ed aumenta vertiginosamente il prezzo degli affitti .

Poi ci sono i social media. Da qualche decennio a questa parte il turismo è sinonimo di esperienza; in una società dove apparire è meglio che essere è molto più importante condividere foto che avere un viaggio piacevole. Il turismo d’altronde si basa su ciò che noi riteniamo desiderabile. E quello che desideriamo è anche un prodotto dell’immaginario mediatico, qualcosa che è influenzato da quello che ci viene indotto. La città non è da meno: vie modulari, franchising, souvenir stereotipati si nascondono sotto la maschera dell’esperienza dell’autentica napoletanità, impoverendo terribilmente le caratteristiche uniche delle città.

Anche Napoli abbraccia quella che è ormai la sua unica fonte rimasta di ricchezza e di guadagno, cioè un’economia unica (al pari delle monocolture negli stati sub sahariani) che rivela fragilità e solleva questioni cruciali tanto sul piano economico che su quello sociale. A chi fa bene? Come il quartiere di Scampia giova dal turismo di Mergellina? La monetizzazione di ogni spazio non è una perdita di diversità sociale? Per quanto tempo Napoli sarà una meta turistica ambita? questo indotto economico durerà per sempre?

Una città ha un’architettura e un’anima civica. Senza un compromesso stabile e sostenibile sia per turisti che per cittadini, se gli abitanti ne verranno definitivamente allontanati, allora non ci sarà differenza tra Napoli e le rovine di Pompei.

Il Postcolonialismo Spiegato ai Bambini

La critica postcoloniale fuori dal pedante mondo accademico.

Il postcolonialismo si riferisce a una serie di pratiche che tendono ad analizzare la cultura e le politiche di una società. Lungi dall’essere una teoria ben circoscritta, è un approccio che deve le sue strutture ad una varietà di pensatori e scritti.

Partiamo dalle cose ovvie: il postcolonialismo è formato dalla parola Post e dalla parola colonialismo

Questo approccio è connesso per ragioni storiche e culturali con il Colonialismo, cioè quel processo in cui parte delle nazioni europee hanno conquistato politicamente e militarmente una larga parte del mondo extraeuropeo. Nella seconda metà del XX secolo molte nazioni sotto il dominio coloniale hanno ottenuto, alcune in maniera violenta altre attraverso azioni più moderate o pacifiste, l’indipendenza. Tuttavia, ed è qui che il postcolonialismo entra in gioco, è il caso di sottolineare che il processo di dominazione di una nazione su un’altra non è completamente scomparso anche se formalmente inesistente (non assistiamo più ad invasioni o colonizzatori ma esistono forme di dominazione più sottili). da un punto di vista generale, il processo di decolonizzazione non ha lasciato il posto a un mondo più equo. Ci basta pensare alla disparità di ricchezza tra i paesi occidentali e il resto del mondo. In poche parole Il postcolonialismo tenta di fare luce sull’eredità che il colonialismo e la decolonizzazione hanno lasciato nei nostri giorni.

La disparità nelle relazioni che pendono a favore del mondo occidentale non si fa sentire solo sul piano geopolitico ed economico, ma anche sul piano culturale che il soggetto egemone (l’occidente)produce. Antonio Gramsci spiega bene la relazione tra potere politico e culturale, affermando che quando un certo gruppo all’interno della società detiene il potere economico e politico, avrà probabilmente un potere maggiore nel descrivere e influenzare la società in cui il gruppo e gli altri vivono, la capacità cioè di creare un potere culturale.

Nel 1979 Con il suo libro “Orientalismo”, Edward Said porta la nozione gramsciana su scala globale, segnando il punto d’inizio per gli studi postcoloniali. Said identifica “l’occidente” come il soggetto egemone che crea e influenza la cultura, stabilisce la norma e sminuisce e crea stereotipi su ciò che è diverso. In un altro saggio, Gayatri Spivak, descrive questo processo come la costituzione del soggetto coloniale come un perenne “altro”.

Dagli scritti dei suoi fondatori, se così possiamo chiamarli, gli studi postcoloniali hanno allargato il proprio campo d’indagine e sono andati oltre il periodo storico specificatamente coloniale ; oggi attraversano i campi di studi più differenti, dall’antropologia alla psicologia, dalla musica alla letteratura, dalla psicologia alla storiografia. Trans-disciplinarità e l’indagine sulle relazioni impari e le sue relative conseguenze diventano punti cruciali per la critica che negli anni 90 del secolo scorso si diffonde e diventa corso di studi.

Ecco che il prefisso “post” nella parola postcolonialismo appare. La prima parte della parola infatti non indica un periodo cronologicamente posteriore al colonialismo ma si afferma come una presa di distanza dal colonialismo stesso, sia come processo storico, sia come pratica culturale. Si potrebbe definire come un periodo di transizione in cui si mette in gioco la cultura stessa o la sua autenticità, una consapevolezza del costo in termini di vite e culture sacrificate, nella speranza di dare una significativa svolta e dignità all’essere umano in un mondo sempre più piccolo e connesso.

D’altronde assistiamo ad un processo che dalla seconda guerra mondiale ad oggi si sta affermando soprattutto sul piano economico: la globalizzazione. Il processo della globalizzazione economica rischia al giorno d’oggi di diventare una sorta di colonialismo vero e proprio mascherato da parole come “assistenza”, “modernizzazione” “cooperazione”. Se poi prendiamo in considerazione il fenomeno migratorio globale e la conseguente chiusura delle società occidentali, ci è più chiaro come il postcolonialismo possa smascherare le profonde incoerenze del cosiddetto soggetto “civilizzato” e possa contribuire a creare un mondo globale oltre che globalizzato.

Postilla: quello che so sul postcolonialismo

Sicuramente questo scritto può incappare nella critica di persone, accademici e studiosi che sono più esperti di me sull’argomento. Io stesso ho i miei dubbi sul semplicismo “buonista” di questo scritto; nonostante ciò, la critica postcoloniale, nata come controfenomeno in periodi in cui le contraddizioni erano più evidenti, si trova oggi arroccata nelle posizioni accademiche e nel ragionamento astratto degli intellettuali. Credo che sia utile ed urgente una semplificazione di certi approcci (con tutte le difficoltà del caso, considerando la natura multiforme e complessa del postcolonialismo).

I limiti del Multiculturalismo

In che modo, con la maschera della “buona integrazione”, sottintende e riproduce razzismo.

Il “Multiculturalismo” definisce una serie di pratiche che puntano a dare uguale attenzione ai bisogni culturali di tutti i gruppi di una società. Il tentativo è quello di dare voce degnamente alle minoranze che sono state sotto-rappresentate nel passato. Malgrado il termine abbia una forte correlazione politica, riferendosi infatti a una serie di norme e di leggi che sono “multiculturali”; si può usare anche per descrivere la condizione di una società in cui coesistono culture diverse.

Il fenomeno del Multiculturalismo ha una lunga storia, malgrado ciò lo si è teorizzato come concetto solo nella seconda metà del XX secolo quando ha cominciato a ricevere una speciale attenzione da parte di filosofi liberali all’indomani delle atrocità della seconda guerra mondiale. Oggi il tema multiculturale è uno dei più importanti e discussi nella filosofia politica e continua a porsi come obiettivo quello di considerare tutte le identità culturali come normativamente rilevanti.

In breve spinge la politica a prendere in considerazione il tema delle identità.

Nelle politiche della sinistra e nell’attivismo sociale ed antifascista si prende ancora oggi il multiculturalismo come metro di misura per una società migliore; si invita tutto il mondo ad abbracciare la panopoli di tradizioni che esistono in una società multietnica. Ma all’atto pratico il multiculturalismo rivela delle grandi contraddizioni interne: prende alcuni markers culturali come vestiti, cucina,musica e li tratta come pratiche da preservare per i portatori della cultura e pratiche da consumare per gli altri. Sotto l’egida del multiculturalismo queste concezioni semplicistiche e normalizzatrici sono insegnate a scuola, sono protagoniste in festival e musei, sono reiterate e stereotipate attraverso i media.

Il multiculturalismo soprattutto come pratica sociale, ma spesso anche come governance politica, rivela dei profondi limiti.

Prima di tutto ignora completamente il problema della disuguaglianza politica ed economica: anche se tutti gli italiani si godessero il cous-cous, questo non risolverebbe i problemi che affliggono le comunità arabe in Italia, come la disoccupazione, la segregazione razziale urbana e la marginalizzazione politica.

Rivela inoltre contraddizioni in seno alla sua ragion d’essere: la stessa pratica che si concentra sul celebrare le culture autentiche, che sono uniche da un gruppo all’altro, è potenzialmente pericolosa. In primis, perché non tutte gli aspetti delle culture autentiche vengono considerate meritevoli o addirittura tollerati dalla società più ampia (si prenda ad esempio il matrimonio combinato). In secondo luogo perché si rischia di innescare il problema opposto ovvero una disinfezione delle differenze culturali che elimina quelle intollerabili e sterilizza quelle accettabili. Senza contare che tutto ciò è quanto di più distante dal prendere in considerazione le reali sfide che una cultura altra porta in campo.

Il modello multiculturale è un modello filoccidentale che punta ad una gerarchizzazione delle culture. Qualsiasi aspetto sia preso in considerazione, cucina, musica, letteratura, è una concessione del soggetto egemone che sceglie attraverso criteri che sono più simili a quelli dell’assimilazione alle logiche del sistema liberale. Non è un caso che uno degli esempi più quotidiani di multiculturalismo urbano sia legato alla produzione di capitale, per cui, nel migliore dei casi, un soggetto “culturalmente diverso” si è rimboccato le maniche e ha aperto un ristorante di cucina etnica.

Infine e molto gravemente, il multiculturalismo alimenta l’idea di culture ermeticamente chiuse e statiche che riproducono pratiche distinte, sottintende l’incapacità di adattamento culturale e l’impossibilità di scelta che un individuo ha sulle varie culture. In questo senso non fa altro che rinforzare e riprodurre la percezione di un “eterno altro” e porta a un rafforzamento del pregiudizio e dello stereotipo, insomma alla polarizzazione delle relazioni etniche.

Non ci dobbiamo sorprendere, a questo punto, in questo momento storico, che il multiculturalismo non solo sia diventato un limite della sinistra, nella misura in cui rappresenta un dispositivo del razzismo sotto la maschera della “ buona integrazione”; ma che sia servito e serva tutt’ora a definire la linea politica e culturale delle destre del XXI secolo (insieme ad altre contingenze storiche e politiche. Dare tutta la colpa al multiculturalismo sarebbe intellettualmente disonesto). L’idea di culture separate da compartimenti stagni ha portato a una gerarchizzazione delle stesse e ha contribuito a riportare in campo un razzismo che questa volta non ha presupposti biologici ma culturali.

Sembra chiaro che il concetto di “Multiculturalismo”, seppure sia nato con buone intenzioni, sia una via sbagliata. Non può fungere da correttore sociale e sicuramente, insieme a tutte le altre pratiche del politically correct, è diventato un limite che ha creato senso di frustrazione e contribuito a liberare il magma di risentimento che, insieme ad altri fattori, come le politiche europee e la crisi economica, ha portato alla deriva neo-razzista che sta affliggendo il mondo occidentale oggi.

Sarebbe più sensato, affinché una sinistra possa ripartire e guadagnare terreno, cercare di capire cosa significhi la parola cultura e se si possa parlare delle culture come unità che si aggiungono anziché fondersi. Se proviamo a considerare la cultura come qualcosa di mobile e senza radici, che appartiene ad ognuno di noi ed è definita da noi, oppure che noi siamo unici ed autentici proprio perché siamo il prodotto della fusione di più culture (non per forza quelle considerate alte, esiste la cultura dello stadio e la cultura del caffè) ci riesce molto più facile capire perché sia insensato parlare di multiculturalismo.