Non esiste solo il bianco e il nero: la zona grigia della sparatoria a Napoli.

Sono le due di notte del primo marzo quando un uomo in macchina con la propria fidanzata viene avvicinato da due ragazzi su uno scooter armati di una pistola poi rivelatasi una replica. Quello che l’uomo ha visto, guardando fuori dal finestrino, è un ragazzo seduto sul sedile posteriore di uno scooter puntargli una pistola contro ed intimargli di consegnargli il suo Rolex. In un mondo perfetto il ragazzo consegna il suo orologio al ragazzino per poi, successivamente, denunciarlo alle autorità, aspettando che la giustizia faccia il suo corso. Sempre in questo mondo perfetto, il ragazzo avrebbe scontato la sua pena –qualunque essa sia- e grazie al sistema rieducativo sarebbe poi uscito per rifarsi una vita. La realtà dei fatti però ci racconta un’altra storia: il ragazzo derubato estrae la pistola che portava con sé e spara al passeggero del motorino, uccidendolo.

La storia avrebbe un seguito, fatto di vicende accadute successivamente alla sparatoria come i familiari e gli amici che sfasciano un reparto dell’ospedale o le indagini balistiche ancora in corso che ci raccontano di un ragazzo ucciso da più di un colpo, di cui uno alla testa. Ma vorremmo però restare un passo indietro e soffermarci sui risvolti politici e culturali che questo episodio mette in luce. Abbiamo voluto omettere un particolare che in realtà sembra condizionare tutte le opinioni riguardanti questa storia: l’uomo col Rolex è un carabiniere. Questo particolare conduce a due ordini di critica: la prima è quella che vede un lavoratore dell’arma essere sempre nella condizione di essere in servizio anche quando oggettivamente non lo è. La condizione del militare che deve essere sempre in servizio è una condizione mentale oppure è imposta dall’alto? Un idraulico una volta finite le sue 12 ore lavorative posa i suoi attrezzi e prosegue la sua giornata in abiti civili senza la sua salopette e certamente non porta con sé la sua chiave inglese in macchina quando esce la sera.  Ricordando ancora una volta che non ci troviamo in un mondo perfetto, il ragazzo in abiti civili, sentendosi sempre in servizio, ha deciso di farsi giustizia da solo e di reagire ad una violenza subita con la violenza legittima che il distintivo porta con sé. La seconda critica è rivolta a tutta la stampa, nessuna testata esclusa, che ha definito il ragazzo “carabiniere in abiti civili” rimarcando quindi l’idea che un uomo sia prima un Carabiniere e poi una persona, arrivando persino a legittimare (implicitamente e non) un gesto come quello di uccidere. Elevando questo ragazzo a Carabiniere da parte della stampa lo ha spostato fuori dalla zona grigia della realtà, romanzando e semplificando la vicenda in termini di buoni e cattivi (c’è chi addirittura ringrazia il Carabiniereper aver ucciso un reietto, facendone quindi un eroe). Questo porta inevitabilmente a far sprofondare l’altro personaggio della storia nel ruolo di antagonista assoluto.

Questa vicenda ha avuto una grossa risonanza arrivando addirittura a livello nazionale. La stampa ha posto le domande sbagliate: un po’ per vendere e un po’ per rinforzare uno status quo puramente borghese che vede quello poco acculturato che vive nel vasciocome un reietto. Il pubblico social ha visto le immagini al telegiornale, ha letto le parole della stampa e le ha rigurgitate in un senso puramente esclusivo, assolvendo il Carabiniere perché ha ucciso semplicemente un ragazzoche non è della loro specie, non produttivo, non acculturato, praticamente un sub-umano. Le domande che invece, secondo noi, dovrebbero essere poste sono quelle che dovrebbero portare in luce un contesto sociale basato su sistema di pensiero marcio: domande sulla mentalità dell’arma la cui vera pelle è la divisa e gli “abiti” civili sono in realtà travestimenti. Ma anche le condizioni di povertà che spingono un ragazzino (e non solo IL ladro) di 15 anni a rubare in piena notte. Chiedersi, inoltre, perché un uomo preferisca conservare la proprietà privata di poche migliaia di euro che risparmiare una vita. Se la morte di Ugo è considerata non degna di lutto è perché quando era in vita è stato considerato dalle istituzioni, dalle persone, dallo Stato, indegno di qualunque tipo di supporto.

Articolo scritto a quattro mani da Roberto Ardolino e Sara Dell’Aversano.

Il ruolo della letteratura araba durante e dopo il colonialismo

L’avvento del colonialismo europeo nei paesi arabi

È il XIX secolo e l’impero ottomano, anche a causa delle prime bramosie dell’Europa, è sul
viale del tramonto, fino a sparire definitivamente dopo la Prima Guerra Mondiale, nel 1923.
I territori del Medio Oriente e del Maghreb, fino ad ora, non hanno mai avuto contatti con
l’Occidente. Il primo vero e proprio incontro avviene con la campagna di Napoleone
Bonaparte in Egitto (1798-1905), periodo che coincide con una vera e propria Rinascita in
ogni tipo di campo, da quello letterario a quello economico, prima in Egitto e poi in altri
paesi arabi (questo momento è conosciuto, infatti, col nome Nahḍa, letteralmente ‘rinascita’
in lingua araba). Sebbene la Rinascita abbia portato una ventata di modernità –più o meno-
nei vari paesi, questa sancisce anche l’inizio della corsa coloniale delle maggiori potenze
europee. L’Algeria è il primo paese ad essere colonizzato dalla Francia nel 1830 e l’ultimo
ad ottenere l’indipendenza (nel 1962, dopo una lunghissima e sanguinosa guerra di
liberazione). Tra le colonie, protettorati e territori della Gran Bretagna si ricordano l’Egitto e
il Sudan, mentre per quanto riguarda il versante francese, dopo la già citata Algeria, vi sono
anche il Marocco, Tunisia, Siria, Libano e Mauritania. Da non dimenticare anche l’impresa
coloniale italiana con la Libia. Insomma, con il Congresso di Berlino (1884-85) e l’accordo
segreto di Sykes-Picot (1916) è chiaro che l’Europa stesse ridisegnando a suo piacimento un
nuovo mondo. Tutto questo, però, avviene a discapito dei territori occupati dalle maggiori
potenze europee.

La decolonizzazione e le conseguenti catastrofi
Se la Prima Guerra Mondiale diventa l’azione principale per il controllo dei territori
colonizzati, la Seconda, invece, diventa motore fondamentale per quella che viene chiamata
“decolonizzazione”. Durante la Prima Guerra Mondiale, le potenze europee hanno contato
sulla forza (e sforzi) dei territori colonizzati, sia riguardo gli uomini utilizzati in guerra, sia per le loro materie prime. I primi forti malcontenti dei colonizzati erano nati anche prima

della Seconda Guerra Mondiale, ma crebbero ancora di più con l’avvento di quest’ultima.

Questi popoli, già stremati dalle condizioni esasperate del colonialismo, si ritrovavano, per

giunta, a combattere e spendere tutte le loro energie per una guerra che non era la loro. A

partire dal 1941 la Francia proclama l’indipendenza della Siria e del Libano (avvenuta solo

nel 1946). È poi il momento dei paesi come la Libia (1951), il Marocco, il Sudan e la

Tunisia (1956), la Mauritania (1960) e la già citata Algeria a chiudere il cerchio. Anche nei

paesi dove vigevano regimi “troppo” vicini alle autorità britanniche vengono istituite le

repubbliche, come in Egitto nel 1953 e in Iraq nel 1958. Da non dimenticare l’annosa

questione palestinese, nata già durante la Prima Guerra Mondiale, con la nascita dello Stato

d’Israele lungo la parte occidentale della Palestina nel 1948 e la conseguente guerra del

1948-49 (con la sconfitta degli arabi). Una seconda guerra avvenne durante la crisi di Suez,

dove l’Israele (sostenuta da Francia e Gran Bretagna) attaccò l’Egitto. Questi avvenimenti

vengono ricordati col nome Nakba (letteralmente “catastrofe”). Un ulteriore periodo

difficile, la cosiddetta Naksa (nuova umiliazione) si ebbe con la guerra dei “Sei giorni”

(1967) dove l’Israele occupò il Sinai, Gaza, Cisgiordania e la parte araba di Gerusalemme.2

Anche la storia contemporanea del mondo arabo non conosce momenti di distensione,

poiché continuamente attraversata da guerre civili (si ricordi quella in Libano nel 1975),

invasioni (sia di altri paesi arabi che di potenze occidentali) e radicalizzazione e terrorismo

islamico.

La situazione della letteratura araba prima del colonialismo

europeo

Sarebbe opportuno soffermarsi, a grandi linee, sulla condizione della letteratura araba prima della colonizzazione. Tale lavoro è fondamentale per comprendere come la letteratura di questi territori sia cambiata radicalmente con l’entrata in gioco delle forze europee.
Prendendo in considerazione il periodo durante il quale l’Impero Ottomano ha occupato i
paesi arabi, la letteratura incontra una profonda stagnazione. Niente a che vedere con gli
splendori dell’epoca classica, fatta di letteratura d’adab (ovvero un tipo di letteratura creata,
in un primo momento, per “istruire” la classe dirigente del califfato) e qaṣīda (un tipo di poesia antichissima con una struttura molto rigida) da cui sono nate poi strutture vicine a
quelle di una canzone: ghazal, madil, khamriyya, ovvero canzoni d’amore, elogiative, sull’ebbrezza. Suoni ed immagini che, in seguito, nel periodo a noi contemporaneo,
diverranno un tutt’uno col blues mediterraneo.
Con la conquista Ottomana della maggior parte dei paesi arabi, nel XVI secolo, la poesia e la prosa incontrano un forte arresto, segno che il potere turcofono ha avuto un’influenza
piuttosto negativa sulla cultura araba. In questo periodo, addirittura, nessun poeta spicca per il suo genio. La creazione di poesie è, praticamente, quasi inesistente. Per quanto riguarda il versante della prosa, la situazione non è molto diversa: gli autori si occupano soprattutto di stilare e pubblicare dizionari ed enciclopedie, spesso anche molto grandi, riguardanti, molto spesso, la storia (si arriva a toccare anche l’epoca pre-islamica). Non mancano anche molte biografie, dizionari lessicografici e geografici ed enciclopedie sulla cultura generale.
La situazione, dunque, è disastrosa: la cultura araba soffre di una profonda crisi, che porta i territori arabi a svilupparsi, soprattutto a livello culturale, con forte ritardo rispetto agli altri paesi. Per questo motivo, con l’avvento della nahḍa, gli arabi hanno letteralmente bruciato le tappe ed attraversato un periodo di forte progresso in pochissimo tempo. Sembrava che il peggio fosse passato. Era l’inizio di una nuova epoca, bisognava solamente riprendere in
mano la propria cultura che, dopo troppo tempo, era rimasta in completo stallo. La storia ci
insegna che, in seguito, le cose non sono andate propriamente in questo modo.

“Le tre fasi” della letteratura durante il colonialismo

Spunto fondamentale per questo tipo di ricerca è sicuramente lo scrittore Frantz Fanon e uno
dei suoi libri più famosi, I dannati della terra. L’autore non solo offre un quadro dettagliato
e a tratti crudo della situazione coloniale e del rapporto tra colono e colonizzato, ma presenta anche un interessante riassunto della condizione dell’intellettuale in quest’epoca così difficile. In particolare, è notevole osservare una sorta di schema della letteratura che

rende più chiaro il ruolo svolto da essa e tutti i cambiamenti che ha, naturalmente, affrontato. Quella che viene descritta è una divisione in tre parti. Secondo Fanon, infatti, la

prima fase è caratterizzata da un completo immergersi nella cultura dell’altro (e quando si nomina l’altro s’intende l’Occidente). L’intellettuale utilizza le loro forme, cultura,

strumenti e perfino la loro lingua. Nella seconda fase le cose iniziano, impercettibilmente, a cambiare: le coscienze iniziano a svegliarsi e le tematiche delle opere iniziano a cambiare.

Ricordi del passato e dell’infanzia, sono questi i nuovi soggetti. È come se l’autore potesse solo accontentarsi di rievocare immagini di cose e situazioni lontane dal presente. Molto spesso queste immagini vengono accompagnate da sensazioni di disagio, morte, ma anche

descrizioni dominate dallo humor e l’allegria. Infine, l’ultima fase, è generalmente considerata la più importante. L’intellettuale diventa un uomo che combatte in prima fila

con e per il popolo, la cultura si trasforma in qualcosa di pratico, è letteratura di lotta, di rivoluzione, è un tipo di arte che, al contrario di quella precedente – distaccata e disillusa – è vicina al popolo e tenta anche di scuoterlo.

Qui di seguito si cercherà di rendere ancora più chiara questa suddivisione citando ed esponendo opere e autori protagonisti della letteratura araba di quel periodo.

La prima fase
La prima fase è quella caratterizzata dagli intellettuali e autori arabi che fanno propri lavori ed opere della cultura occidentale. Infatti, il periodo successivo a quello della Nahḍa è contraddistinto dal termine iqtibas che significa letteralmente “accendere il proprio fuoco nel focolare di un altro”. Per quanto riguarda la prosa, è il momento in cui gli autori arabi
traducono le opere europee più importanti. Importanti ed esaustive sono le parole dell’autore Mīkhāʾīl Nuʿayma (1889-1988) apparse nella sua opera di saggi critici:

Noi siamo poveri, anche se ci vantiamo di ricchezze abbondanza. E allora perché non provvediamo
ai nostri bisogni con le ricchezze degli altri, dato che è lecito? I nostri pozzi non ci dissetano. Perché non ci dissetiamo alle fonti dei nostri vicini, dato che esse non sono proibite? Siamo in una fase di
progresso letterario e sociale in cui si sono ormai ridestate molte necessità spirituali di cui non avevamo percezione prima del nuovo stretto contatto con l’Occidente, ma non abbiamo né penne, né cervelli sufficienti a provvedere a questa necessità. Allora traduciamo!

È chiaro, leggendo queste poche righe, come gli intellettuali arabi si sentissero totalmente
inferiori rispetto ai loro “vicini” Occidentali. Il rapporto ambivalente e contraddittorio tra arabi ed europei è tutto qui. L’Europa è la novità del momento, per quanto riguarda la
letteratura e la cultura in generale, ma non si deve dimenticare che, allo stesso tempo è lo spietato occupante di questi territori. Tra gli autori maggiormente tradotti vi sono Molière, Racine, Jules Verne, Victor Hugo, Walter Scott, Shakespeare, Dickens e Conan Doyle. Tra
le opere in particolare si ricordano, ad esempio, Il conte di Montecristo di Dumas padre e Cirano di Bergerac di Rostand. Questo lavoro di traduzione, però, non è fedele all’originale.
Anzi, si potrebbe parlare, più correttamente, di adattamento (ta’arib, “arabizzazione”). Gli
autori arabi, infatti, prendevano testi europei per riadattarli alla propria cultura. Per fare ciò, ad esempio, uomini e donne che intrattenevano una relazione amorosa nei testi occidentali, spesso diventavano cugini nei testi arabi tradotti, poiché era impensabile che due persone si
relazionassero se non fossero della stessa famiglia. Un’altra particolarità da evidenziare è come gli autori e i testi tradotti provengano soprattutto (o quasi del tutto) dalla letteratura
francese e inglese, proprio le principali potenze coloniali.
Autore fondamentale è l’egiziano Muṣṭafā Luṭfī al-Manfalūṭī (1876–1924). Ad un corpus di
testi originali vengono affiancate numerose traduzioni. Grazie a lui si hanno le traduzioni, ad esempio, del Cyrano de Bergerac (col titolo di al-Sa’ir, “Il poeta”) e il discorso di Antonio tratto da Giulio Cesare di Shakespeare. Egli è il rappresentante del duplice contrasto che alberga la mente degli intellettuali di questo momento storico e culturale: da una parte forte difensore della cultura islamica e avversario dei mali dell’Occidente, d’altra parte, però, non
rifiutò mai del tutto la cultura di coloro di cui fu oppositore (e lo si può notare, appunto,
dalle sue trasposizioni di opere francesi ed inglesi). Tutta un’altra strada è quella della poesia. Gli intellettuali arabi, in questo periodo, sono totalmente consapevoli della grande importanza della poesia araba, seconda a nessuna
cultura, soprattutto a quella occidentale. Per questo motivo i poeti arabi guardano al passato (si parla di un periodo chiamato “scuola neo-classica”) cercando, però, di rendere più contemporanea una poesia dalle radici e strutture antichissime.

La seconda fase
Con la seconda fase gli uomini di cultura arabi si rendono conto di doversi distaccare dalla cultura occidentale, creando un tipo di corpus originale. In un’epoca in cui l’oppressore cercava in ogni modo di demolire, con tutti i mezzi, la cultura del colonizzato, gli intellettuali avevano poca scelta: bisognava guardare al passato. Questo periodo però coincide con la nascita di un genere totalmente nuovo per la letteratura araba, anch’esso omaggio della letteratura occidentale: il romanzo. Fanon descrive perfettamente questo momento: «Vecchi episodi d’infanzia saranno richiamati dal fondo della memoria, vecchie leggende saranno interpretate in funzione d’una estetica d’accatto e d’una concezione del mondo scoperta sotto altri cieli. A volte questa letteratura di pre-lotta sarà dominata dallo humor e dall’allegria. Periodo d’angoscia, di disagio, esperienza della morte, esperienza
anche della nausea. Ci si rigetta, ma già, dal di sotto, si affaccia il riso.»
Autore che si inserisce perfettamente nella descrizione di Fanon è Ǧurǧī Zaydān (1861-1914), scrittore libanese che si dedicò soprattutto ad un romanzo di tipo storiografico.
L’intento era quello di acculturare i lettori poco istruiti, facendoli divertire. Zaydān prende in considerazione, in modo particolare, storie di avventura, storie di forze avverse da dover sconfiggere, prendendo in prestito avvenimenti accaduti nel passato. Le storie raccontate, infatti, sono quelle degli Omayyadi (La vergine dei Quraysh; La bella di Kerbela), i Mamelucchi (Shajarat al-Durr) e anche la conquista dell’Andalusia (Fatḥ al-‘Andalus). Questi romanzi ebbero un successo enorme, tanto da spingere tanti altri scrittori a scrivere storie simili. Anche uno dei più famosi autori arabi e futuro premio Nobel, Naǧīb Maḥfūẓ (1911-2006), scriverà diversi romanzi storici, tutti ambientati durante l’epoca faraonica. Tuttavia, altri autori arabi preferiscono prendere un’altra via, molto più vicina a quella che
poi, in seguito, si svilupperà in una vera e propria letteratura di lotta. Protagonisti di questa “seconda strada” sono Faraḥ Anṭūn (1874-1922) e Maḥmūd Taymūr (1894-1973). Il primo decide di creare storie basate sull’utopia, attraverso le quali descrive i modelli da imitare e i
modelli da rifiutare. Il secondo, invece, sebbene esponga le stesse tematiche di Faraḥ Anṭūn, utilizza strumenti differenti. Adopera, infatti, l’uso delle novelle, molto spesso ispirate alle favole, per mostrare ai lettori quali sono i modelli negativi da non dover seguire.
Tutto quello appena citato della seconda fase è da attribuire al versante della prosa. Per
quanto riguarda la poesia, così come nella prima fase, anche in questo successivo stadio continua per la sua strada, molto diversa da quella dei romanzi fino ad ora descritti. Molti
poeti continuano a seguire una linea neo-classica, altri si avvicinano ad un tipo di poesia romantica. Ci vorrà ancora del tempo per vedere veri e propri stravolgimenti, i quali verranno ampliamente discussi nella terza fase, segno di momento letterario (e storico) che non risparmia nessuno, nemmeno la poesia. Vale comunque la pena sottolineare che gli autori arabi hanno imparato a camminare con le proprie gambe, utilizzando sicuramente generi europei, ma rendendoli talmente personali ed originali da farci dimenticare del forte peso della cultura dell’occidente.

La terza fase
La terza ed ultima fase, citata da Frantz Fanon, è quella che comprende la cosiddetta “letteratura di lotta”. In questo caso, gli intellettuali arabi decidono di affiancarsi al proprio
popolo e lottare per e insieme ad esso. Ovviamente, gli strumenti a disposizione sono diversi da quelli utilizzati durante le guerre d’indipendenza, ma sono ugualmente efficaci: sono, infatti, la carta e la penna. Come si è potuto notare, il cambiamento non è stato netto ma ha attraversato un percorso molto lungo e a tratti tortuoso, fatto di autori arabi che si sono spesso chiesti quanto potesse essere fondamentale l’influenza occidentale, fino ad arrivare ad un abbandono totale di esso e, alla fine, un rifiuto che si tramuta in vera e propria lotta
contro il nemico. È importante evidenziare che, però, questa letteratura di lotta non si arresta
con la fine del colonialismo europeo, anzi, continua la sua strada anche in seguito, soprattutto per quanto riguarda la questione palestinese e altri avvenimenti nella storia
contemporanea araba. Vale la pena ricordare diversi autori, per meglio comprendere il loro rapporto tra le loro opere e il contesto storico in cui hanno vissuto. In Egitto, sebbene siano esistiti molti autori
importanti, si preferisce nominare, in questo lavoro, il già citato Naǧīb Maḥfūẓ e Sharqawi
(1920-1987). I due scrittori sono stati molto attivi e presenti, denunciando le angherie di ciò che accadeva nell’Egitto di quegli anni. Sebbene il corpus di opere di Maḥfūẓ sia molto ampio e variegato, vi è una parte dei suoi lavori dove si preoccupa di riportare le condizioni
di vita della popolazione del Cairo della prima metà del XX secolo e osserva il decadimento