Algoritmo

Internet è una grande vetrina espositiva, dove è molto semplice poter mettere in esposizione diversi contenuti, ma è altrettanto semplice venir risucchiati dalla quantità di dati e interazioni. Gli algoritmi sembrano quasi essere entità spietate: un post valido diventa meno importante in relazione ad un post contenente una fake news, solo perché questo ha ricevuto più ‘mi piace’ e commenti.
Conoscere –anche solo a grandi linee- come funzionano determinati algoritmi, i quali ormai fanno parte della vita quotidiana, significa comprendere che noi utenti siamo parte attiva di essi: i nostri dati, le nostre interazioni e le nostre scelte influenzano enormemente ciò che gli algoritmi ci propongono ogni giorno.

L’algoritmo: cos’è?

L’algoritmo, in ambito matematico, indica un procedimento di calcolo che, dopo una serie di operazioni, giunge ad un risultato finale. Analogamente, anche in ambito informatico, l’algoritmo altro non è che l’insieme di istruzioni che servono ad una macchina computazionale per eseguire un’elaborazione o risolvere un problema.
Particolare ma estremamente esplicativa è la definizione del dottor Panos Parpas:

“There are lots of types, but algorithms, explained simply, follow a series of instructions to solve a problem. It’s a bit like how a recipe helps you to bake a cake. Instead of having generic flour or a generic oven temperature, the algorithm will try a range of variations to produce the best cake possible from the options and permutations available.[1]”

È opinione comune che il termine sia stato coniato in onore del matematico persiano Muhammad ibn Mūsā al-Khwārizmī, vissuto durante il nono secolo e conosciuto per aver maturato le tecniche fondamentali dell’algebra. Ma, probabilmente, è più accurato dire che tale vocabolo derivi da algorism il quale indica il sistema decimale arabo. Il termine stesso è una variazione francese dell’alterazione latina del cognome di al-Khwārizmī[2].
Quando si parla di algoritmo in campo informatico, storicamente parlando, è fondamentale citare il contributo del britannico Alan Turing, vero e proprio padre dell’informatica. Turing, infatti, comprese come alla base della computazione vi fosse l’algoritmo inteso come una serie di istruzioni che, eseguiti dalla macchina, giungono ad una risoluzione finale. Sostanzialmente, senza Turing –e dunque senza algoritmo- il computer non esisterebbe[3].
Gli algoritmi sono ormai diventati parte integrante della vita di tutti i giorni, soprattutto quelli utilizzati nei Social Network come Facebook, Twitter e Instagram. Conoscono i gusti degli utenti e si nutrono delle diverse interazioni, dei dati, delle preferenze di tutti. Un esempio evidente del lavoro dell’algoritmo è quando si cerca un determinato articolo sul sito Amazon e dopo poco tempo, dopo alcuni scrolling su Facebook, appaiono pubblicità riguardo lo stesso prodotto.
Navigare in internet senza comprendere il loro ruolo e le loro azioni è come “guidare nel buio senza la luce accesa”[4] e, pertanto, conoscere bene come funzionano gli algoritmi che regolano la vita online significa poterli riconoscere e, per quanto possibile, addirittura anche giocarci. A questo proposito è interessante l’esperimento di Martina Mahnke ed Emma Uprichard, le quali hanno giocato con l’algoritmo dell’autocomplete di Google, notando come, a distanza di diversi minuti e con la stessa frase, l’autocomplete rimandava a risultati differenti. Inoltre, lo stesso algoritmo può stimolare creatività, poiché, scrivendo solo “algo”, l’autocomplete riporta a risultati totalmente differenti da algoritmo, come “algonquin”, ovvero un hotel[5].

La visibilità ai tempi di internet: gli algoritmi di Facebook e Twitter

I Social Network nascono come luoghi sociali, dove le persone condividono i propri pensieri, le proprie foto e riescono a mettersi in contatto con parenti, amici e conoscenti in generale. Ultimamente, però, i social come Facebook si sono trasformati in contenitori di informazioni, tanto che una recente ricerca ha dimostrato come, nel 2017, più della metà degli americani (il 67%) legge le notizie dai social media[6]. Alla luce di questi dati, appare evidente come sia necessario conoscere gli algoritmi che regolano la visualizzazione e l’esposizione delle informazioni di Facebook stesso e di un altro importante social network, Twitter, poiché sembra molto semplice che una notizia possa ‘sparire’ per far spazio ad altre molto più seguite.

Riguardo Facebook, sebbene anche i suoi algoritmi vengano aggiornati molto spesso, vale la pena citarne uno molto importante: EdgeRank. Tale algoritmo, utilizzato fino al 2011, si basa su tre fattori principali, ancora oggi applicati insieme a molti altri, nel più complicato “algoritmo di Facebook”. Questi tre parametri sono l’affinità, il peso e il tempo di decadimento. L’affinità è l’intensità di scambi e interazioni tra un utente e l’altro. Più interazioni si ha con un utente, più apparirà sulla bacheca. Il peso riguarda un post: un post di sole parole è meno pesante di uno contenente un link o una foto. Ovviamente anche i mi piace, i commenti e le condivisioni rendono un post più ‘pesante’. Il tempo di decadimento è il tempo trascorso dalla pubblicazione del post: col passare del tempo risulterà sempre più difficile che tale post possa apparire in bacheca[7].
Uno degli ultimi aggiornamenti di Facebook, annunciato dal creatore stesso in un post sul social network in questione, si basa sulle interazioni tra utenti, portando più visibilità ai post che creano più interazioni, al fine di incentivare la connessione con amici e parenti.

Passando a Twitter, nel 2016 è stato introdotto un nuovo algoritmo, dal nome “Timeline Algorithm”. In precedenza, i tweet erano mostrati in ordine cronologico: l’ultimo tweet appena creato sarebbe stato il primo a comparire nella timeline, fino a scorrere e trovare quelli sempre più vecchi. Con l’algoritmo del 2016 tutto questo cambia: molto simile alla politica di Facebook, Timeline Algorithm riordina la timeline di Twitter e non è più possibile vedere i tweet in ordine cronologico. I primi tweet saranno, dunque, quelli con ‘maggior peso’: quelli con più likes, retweet e risposte, o anche quelli degli utenti con cui si scambiano maggiori interazioni[8].
Attualmente è possibile ritornare ad una versione cronologica della timeline di Twitter, cliccando su un bottone con delle ‘stelline’, il quale prevede la possibilità di ritornare a vedere i tweet più recenti all’inizio.[9]

 

Note

[1]L. Hickman, How algorithms rule the world, https://www.theguardian.com/science/2013/jul/01/how-algorithms-rule-world-nsa, 2013

[2]T. Gillespie, “Algorithm”, in Digital Keywords, A Vocabulary of Information Society and Culture, a cura di Benjamin Peters, Princeton and Oxford, Princeton University Press, 2016, pp 18-19

[3]A. Goffey, “Algorithm”, in Software Stuedies, a Lexicon, a cura di Matthew Fuller, London, The MIT Press, 2008, p 16

[4]S. Davies, Decoding the social media algorithms. A guide for communicators, https://www.stedavies.com/social-media-algorithms-guide/

[5]M. Mahnke e E. Uprichard, “Algorithming the Algorithm” in Society of the Query Reader: Reflections on Web Search, a cura di König R. e Rasch M., Amsterdam, Institute of Network Cultures, 2014, pp 261-265

[6]E. Shearer, J. Gottfried, News Use Across Social Media Platforms, http://www.journalism.org/2017/09/07/news-use-across-social-media-platforms-2017/, 2017

[7]Come funziona l’algoritmo di facebook, http://webcrew.it/come-funziona-algoritmo-di-facebook/

[8]S. Davies, Decoding the social media algorithms. A guide for communicators, https://www.stedavies.com/social-media-algorithms-guide/#Twitter_Algorithm

[9]C. Netwon, Twitter is relaunching the reverse-chronological feed as an option for all users starting today, https://www.theverge.com/2018/12/18/18145089/twitter-latest-tweets-toggle-ranked-feed-timeline-algorithm, 2018