Il Magistrato e i Barbari

Riflessione a partire dal film “waiting for barbarians” sulla sinistra democratica italiana

Allerta Spoiler!

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Questo mese, con il permesso del Covid (e dell’onnipotente De Luca) sono andato al cinema per ben due volte. La prima volta ho ossequiato il mio amato Nolan, ma è del secondo film che vorrei parlarvi: Waiting for Barbarians di Ciro Guerra, basato sull’omonimo romanzo di (e sceneggiato da) uno dei più importanti scrittori postcoloniali, J.M. Coetzee (ho controllato, si pronuncia cùtsi).

Protagonista di questo film è il magistrato di un avamposto di un imprecisato Impero, un luogo di frontiera a ridosso di un deserto. La vita del magistrato e della comunità che egli amministra trascorre in maniera molto tranquilla fino all’arrivo del colonnello Joll (interpretato da Johnny Depp), giunto dalla capitale per proclamare lo stato di emergenza e a verificare se i barbari oltre le mura stanno tramando di attaccare l’impero. Il colonnello, allo scopo di estorcere “la verità”, cattura alcuni prigionieri e li tortura fino a ottenere da loro le informazioni che confermano tali sospetti, e il magistrato si ritrova, suo malgrado, sempre più invischiato in queste operazioni al punto che la sua vita viene sconvolta. Se, infatti, in un primo momento, pur con alcune perplessità, lascia correre la brutalità degli “interrogatori”, ben presto si rende conto di non poter continuare ad accettare passivamente ciò che accade.

Il tema principale del film, dunque, sembra essere la presa di consapevolezza dell’eroe che dà luogo a un rovesciamento dei valori precedentemente condivisi, ovvero del binomio oppositivo civiltà/barbarie: in altre parole, il protagonista si rende conto che i veri barbari siamo noi. 

Ravetti

Eppure, malgrado si opponesse nei metodi alle politiche del colonnello, malgrado nel film si presentasse compassionevole ed umanitario, non ho potuto fare a meno di giudicarlo negativamente.

La differenza tra Il Colonnello ed il Magistrato si fa più viva nella gestione di una particolare vita barbara, quella di una donna che a seguito di torture (più avanti nel film si lascia chiaramente intendere che siano state subite da parte del colonnello) non può più camminare ed è quasi cieca. Contrariamente a Joll, il Magistrato accoglie in casa la donna concedendole vitto e alloggio, fino a provare dei sentimenti verso quest’ultima, fatti di rituali di lavanda dei piedi, del corpo, di silenzi ed insofferenze da parte di lei. Malgrado i diversi mesi insieme, la donna barbara rimane una sconosciuta agli occhi del magistrato, un corpo opaco ed estraneo.

Durante la visione del film, duro, lento e frammentato, proprio come un romanzo di Coetzee, la mia mente si è soffermata sul magistrato, sul suo cambio di prospettiva, da ignavo a consapevole si, ma mai decisivo, paragonandolo alle politiche di una certa sinistra moderata in ambito di gestione della vita migrante. Nello specifico a tutte quelle politiche (gli SPRAR, divisione delle quote migranti, regolarizzazioni provvisorie, difficoltà nell’ottenimento del permesso di soggiorno, solo per citarne qualcuna) che possono sembrare progressiste ma che restano sempre nella sfera di una gestione della vita, che vede i soggetti postcoloniali, i soggetti deboli come bambini da controllare ed accudire piuttosto che come esseri politici fatti e finiti. Si tratta di politiche moderate che, a zero possibilità di integrazione promulgata dalle destre, oppongono scarse opportunità di integrazione e cittadinanza, opportunità condizionali, fatte di spazi stretti in cui abitare, di due euro e cinquanta al giorno, di immobilità e di lavori schiavisti.

Sulla gestione diversa delle vite considerate cittadini e quelle considerate immigrati, basti pensare alle trafile e le rigide condizioni che vengono imposte per l’ottenimento del permesso di soggiorno permanente:, esami, contratto di lavoro (che in molti casi diviene vero e proprio schiavismo), idoneità alloggiativa (una regola che viene imposta soltanto agli stranieri di avere un determinato spazio abitativo basato sul numero di persone) una minima soglia di reddito obbligatoria e tanto, tantissimo tempo. Anche se formalmente non è così, si potrebbe parlare di cittadinanza a punti o a condizioni. Tutto questo senza concedere il minimo diritto di cittadini come, ad esempio, quello di scegliere i propri rappresentanti.

Proprio come il magistrato, partiti che si dicono di sinistra non riescono a rovesciare i termini dell’opposizione noi/loro e approdare al compito di rappresentare gli oppressi, essenzialmente per due ragioni. In primo luogo, il tentativo di rovesciare i termini, e identificare la barbarie come il volto coercitivo e disumano del potere, è vanificato dalla consapevolezza che non esiste una gestione buona dei soggetti deboli, che in sostanza tutte le gestioni diverse tra chi ha la cittadinanza (e i diritti) e il resto sono sbagliate, e che la barbarie del potere esercitata da Joll è tutto sommato equivalente alla benevolenza del potere esercitata dal Magistrato:

Perché io non ero, come mi piaceva credere, l’opposto indulgente ed edonista del gelido, rude colonnello. Ero la menzogna che l’Impero si racconta quando le cose vanno bene, e lui la verità che l’Impero dice quando comincia a soffiare vento di tempesta. Due facce dell’Impero, né più né meno.

J.M. Coetzee