Cestini Materiali di Partenza

Ci sono delle volte in cui mi sembra di vivere in un ghetto, e non solo perché dove abito io, la stereotipata Forcella, abita una grande quantità neri, migranti, proletari; non è neanche perché una sera si e una sera no io e la mia compagna sentiamo i fuochi d’artificio e facciamo il gioco “santo, droga o scarcerazione? ”. È l’immondizia. C’è immondizia ovunque, sempre. 

Circa un milione di persone vive a Napoli, senza contare i turisti e i pendolari delle varie Circum-flegrea/vesuviana che, in tempi normali, vanno e vengono quotidianamente. A queste condizioni è difficile non immaginare una grandissima quantità di immondizia prodotta. Ma quando mi capita di attraversare il centro per andare al cinema, alla mostra d’arte (o qualsiasi servizio non degno per un quartiere come il mio), quando arrivo al quartiere di Chiaia con i suoi bar, le sue gioiellerie e le gelaterie artigianali finissime, mi rendo conto che non c’è la minima traccia di immondizia per le strade. Lo stesso numero di persone vive in questi luoghi rispetto al quartiere dove abito e, presumibilmente, in questi luoghi si crea la stessa quantità di rifiuti, ma le loro strade pulite ci dicono tutt’altro.

Un osservatore casuale potrebbe pensare che le persone che vivono nel mio quartiere, perlopiù poveri, perlopiù migranti, sentano meno l’orgoglio cittadino; che gettino la carta della caramella, il fazzoletto usato, le bottiglie di birra mezze vuote, i cartoni della pizza e gli scontrini a terra perché a loro non importa mantenere i loro marciapiedi puliti e vivibili. E questo, lo stesso osservatore potrebbe aggiungere, è per via di un deficit culturale: in poche parole si tende a pensare che gli abitanti di Forcella non diano valore al posto dove vivono, la loro casa, perché questo valore non gli è stato inculcato in alcun modo.

Se ci pensiamo bene, ci rendiamo conto che non abbiamo molti strumenti per guardare il problema dell’incuria urbana, se non uno: una narrazione che, a partire dalle scuole, le associazioni giovanili, fino ai gruppi su Facebook [nome della tua città] indignata, si limita a risolvere il problema dell’immondizia secondo la dicotomia civiltà/inciviltà. Io stesso devo ammettere che sono cresciuto in un contesto che mi ha insegnato che l’azione politica su questo tema, oltre al mettersi la carta della caramella in tasca, si basa esclusivamente sull’indignazione; un educazione che mi offre uno spettro di scelte che si limita a “giudizio morale civile” oppure “inciviltà omertosa”. Se c’è troppa immondizia per le strade di un quartiere allora la colpa è dell’inciviltà dei suoi abitanti che non hanno il buon senso, se non le capacità intellettive o l’educazione, di capire l’importanza dell’igiene e della pulizia delle strade.

Quando ci capita di assistere ad un fatto del genere, la nostra mente immediatamente isola il gesto di gettare una carta a terra dal contesto in cui lo si vede, se non visivamente, quantomeno concettualmente: siamo programmati a concepire un tale atto come un episodio di inciviltà senza domandarci quali siano le cause personali, materiali e sociali. 

Poca o nessuna considerazione viene data al fatto che nel mio quartiere non c’è il ritiro “porta a porta”, non ci sono bidoni condominiali non ha abbastanza campane rispetto al quartiere Chiaia. La città avrebbe potuto installare più recipienti qui, se solo mantenere un quartiere fatto di neri, migranti e poveri fosse importante. Avrebbe potuto pagare qualcuno di questi neri, migranti e poveri per raccogliere l’immondizia, anziché incrementare le ronde dei carabinieri e la polizia che passa cinque o sei volte al giorno.

Tutto questo potrebbe suonare come una critica alla morale politica e all’etica in generale. Tutt’altro, sono convinto che un’etica cittadina ecologica, un’etica cittadina di vivibilità sia importante, se non necessaria, non solo per quel che riguarda l’ambiente, ma anche il lavoro, la turistificazione, il diritto abitativo ecc. È necessario però, affinché una politica che si basi esclusivamente sull’etica sia efficace, che tutti i cittadini, anche quelli del mio quartiere, abbiano le stesse possibilità e condizioni materiali di partenza. L’etica senza questa cruciale condizione resterebbe solo mero moralismo.

La monocoltura del turismo

Se vieni a Napoli piangi due volte, una quando arrivi e l’altra quando rimani bloccato tra la folla che guarda i presepi.

Una città non è solo un ammasso di strade ed edifici, ma è composta da un corpo architettonico e da un’anima civica. Quando la prima si mantiene nel tempo ma la seconda si affievolisce perché i suoi abitanti ne sono cacciati, allora la città stessa diviene banale, quasi fosse la riproduzione o il supermarket di sé stessa. (Rete SET)

Mi serve una buona dose di ipocrisia, perché sono stato turista in altre città e lo sarò ancora; il pacchetto “experience like a local” l’ho vissuto, provato ed a volte anche goduto. Tuttavia se qualcuno volesse davvero vivere like a local a Napoli, passerebbe le giornate ad imprecare contro una folla di zombie che camminano in processione su strade troppo strette per contenerli tutti.

Questa città da qualche anno a questa parte ha subito un incremento così grande del mercato turistico da mandare in corto circuito l’intero sistema e da cambiare radicalmente fisionomia, attività e luoghi. Napoli si sta trasformando lentamente in un parco a tema tarantelle e pulcinella e le attività stanno diventando recipienti di servizi per soddisfare backpackers, avventurieri, businessman e cultori dell’arte e del cibo. Il boost che ha ricevuto Napoli ha convinto molti ad aprire, modificare o cambiare le proprie attività in servizi per il turista.

L’ overtourism, non è nuovo nello stivale, ne troviamo i sintomi maggiori in città come Venezia e Firenze. Wikipedia lo definisce come “the perceived congestion or overcrowding from an excess of tourists, resulting in conflicts with locals”. In sostanza questo fenomeno avviene quando ci sono troppi visitatori in una specifica destinazione. Troppi è naturalmente un riferimento soggettivo, ma è stabilito in ogni città dai propri residenti, aziende, imprese e turisti stessi. Quando gli affitti si alzano e spingono fuori dai centri gli abitanti per fare spazio ad affitti per vacanze, quello è overtourism. Quando la fauna locale è spaventata e si sposta in altre zone, quando i turisti non riescono ad entrare nei musei, quando un sistema fragile comincia a collassare. ci sono tutti i sintomi dell’overtourism.

L’incremento significativo delle compagnie aeree low cost ha permesso a tutti i turisti con capacità di spesa minore di scegliere destinazioni considerate irraggiungibili prima di allora. Un’altra causa è rappresentata dalle navi da crociera che inondano le città con migliaia di turisti “Mordi e fuggi” che passato poco tempo nelle destinazioni, non spendono, ma che creano enormi disagi a cittadini e viaggiatori stessi. Un altro fenomeno che merita la nostra attenzione è quello dell’alloggio nelle case private: è incontrollato ed aumenta vertiginosamente il prezzo degli affitti .

Poi ci sono i social media. Da qualche decennio a questa parte il turismo è sinonimo di esperienza; in una società dove apparire è meglio che essere è molto più importante condividere foto che avere un viaggio piacevole. Il turismo d’altronde si basa su ciò che noi riteniamo desiderabile. E quello che desideriamo è anche un prodotto dell’immaginario mediatico, qualcosa che è influenzato da quello che ci viene indotto. La città non è da meno: vie modulari, franchising, souvenir stereotipati si nascondono sotto la maschera dell’esperienza dell’autentica napoletanità, impoverendo terribilmente le caratteristiche uniche delle città.

Anche Napoli abbraccia quella che è ormai la sua unica fonte rimasta di ricchezza e di guadagno, cioè un’economia unica (al pari delle monocolture negli stati sub sahariani) che rivela fragilità e solleva questioni cruciali tanto sul piano economico che su quello sociale. A chi fa bene? Come il quartiere di Scampia giova dal turismo di Mergellina? La monetizzazione di ogni spazio non è una perdita di diversità sociale? Per quanto tempo Napoli sarà una meta turistica ambita? questo indotto economico durerà per sempre?

Una città ha un’architettura e un’anima civica. Senza un compromesso stabile e sostenibile sia per turisti che per cittadini, se gli abitanti ne verranno definitivamente allontanati, allora non ci sarà differenza tra Napoli e le rovine di Pompei.