Il Magistrato e i Barbari

Riflessione a partire dal film “waiting for barbarians” sulla sinistra democratica italiana

Allerta Spoiler!

*****

Questo mese, con il permesso del Covid (e dell’onnipotente De Luca) sono andato al cinema per ben due volte. La prima volta ho ossequiato il mio amato Nolan, ma è del secondo film che vorrei parlarvi: Waiting for Barbarians di Ciro Guerra, basato sull’omonimo romanzo di (e sceneggiato da) uno dei più importanti scrittori postcoloniali, J.M. Coetzee (ho controllato, si pronuncia cùtsi).

Protagonista di questo film è il magistrato di un avamposto di un imprecisato Impero, un luogo di frontiera a ridosso di un deserto. La vita del magistrato e della comunità che egli amministra trascorre in maniera molto tranquilla fino all’arrivo del colonnello Joll (interpretato da Johnny Depp), giunto dalla capitale per proclamare lo stato di emergenza e a verificare se i barbari oltre le mura stanno tramando di attaccare l’impero. Il colonnello, allo scopo di estorcere “la verità”, cattura alcuni prigionieri e li tortura fino a ottenere da loro le informazioni che confermano tali sospetti, e il magistrato si ritrova, suo malgrado, sempre più invischiato in queste operazioni al punto che la sua vita viene sconvolta. Se, infatti, in un primo momento, pur con alcune perplessità, lascia correre la brutalità degli “interrogatori”, ben presto si rende conto di non poter continuare ad accettare passivamente ciò che accade.

Il tema principale del film, dunque, sembra essere la presa di consapevolezza dell’eroe che dà luogo a un rovesciamento dei valori precedentemente condivisi, ovvero del binomio oppositivo civiltà/barbarie: in altre parole, il protagonista si rende conto che i veri barbari siamo noi. 

Ravetti

Eppure, malgrado si opponesse nei metodi alle politiche del colonnello, malgrado nel film si presentasse compassionevole ed umanitario, non ho potuto fare a meno di giudicarlo negativamente.

La differenza tra Il Colonnello ed il Magistrato si fa più viva nella gestione di una particolare vita barbara, quella di una donna che a seguito di torture (più avanti nel film si lascia chiaramente intendere che siano state subite da parte del colonnello) non può più camminare ed è quasi cieca. Contrariamente a Joll, il Magistrato accoglie in casa la donna concedendole vitto e alloggio, fino a provare dei sentimenti verso quest’ultima, fatti di rituali di lavanda dei piedi, del corpo, di silenzi ed insofferenze da parte di lei. Malgrado i diversi mesi insieme, la donna barbara rimane una sconosciuta agli occhi del magistrato, un corpo opaco ed estraneo.

Durante la visione del film, duro, lento e frammentato, proprio come un romanzo di Coetzee, la mia mente si è soffermata sul magistrato, sul suo cambio di prospettiva, da ignavo a consapevole si, ma mai decisivo, paragonandolo alle politiche di una certa sinistra moderata in ambito di gestione della vita migrante. Nello specifico a tutte quelle politiche (gli SPRAR, divisione delle quote migranti, regolarizzazioni provvisorie, difficoltà nell’ottenimento del permesso di soggiorno, solo per citarne qualcuna) che possono sembrare progressiste ma che restano sempre nella sfera di una gestione della vita, che vede i soggetti postcoloniali, i soggetti deboli come bambini da controllare ed accudire piuttosto che come esseri politici fatti e finiti. Si tratta di politiche moderate che, a zero possibilità di integrazione promulgata dalle destre, oppongono scarse opportunità di integrazione e cittadinanza, opportunità condizionali, fatte di spazi stretti in cui abitare, di due euro e cinquanta al giorno, di immobilità e di lavori schiavisti.

Sulla gestione diversa delle vite considerate cittadini e quelle considerate immigrati, basti pensare alle trafile e le rigide condizioni che vengono imposte per l’ottenimento del permesso di soggiorno permanente:, esami, contratto di lavoro (che in molti casi diviene vero e proprio schiavismo), idoneità alloggiativa (una regola che viene imposta soltanto agli stranieri di avere un determinato spazio abitativo basato sul numero di persone) una minima soglia di reddito obbligatoria e tanto, tantissimo tempo. Anche se formalmente non è così, si potrebbe parlare di cittadinanza a punti o a condizioni. Tutto questo senza concedere il minimo diritto di cittadini come, ad esempio, quello di scegliere i propri rappresentanti.

Proprio come il magistrato, partiti che si dicono di sinistra non riescono a rovesciare i termini dell’opposizione noi/loro e approdare al compito di rappresentare gli oppressi, essenzialmente per due ragioni. In primo luogo, il tentativo di rovesciare i termini, e identificare la barbarie come il volto coercitivo e disumano del potere, è vanificato dalla consapevolezza che non esiste una gestione buona dei soggetti deboli, che in sostanza tutte le gestioni diverse tra chi ha la cittadinanza (e i diritti) e il resto sono sbagliate, e che la barbarie del potere esercitata da Joll è tutto sommato equivalente alla benevolenza del potere esercitata dal Magistrato:

Perché io non ero, come mi piaceva credere, l’opposto indulgente ed edonista del gelido, rude colonnello. Ero la menzogna che l’Impero si racconta quando le cose vanno bene, e lui la verità che l’Impero dice quando comincia a soffiare vento di tempesta. Due facce dell’Impero, né più né meno.

J.M. Coetzee

Il Postcolonialismo Spiegato ai Bambini

La critica postcoloniale fuori dal pedante mondo accademico.

Il postcolonialismo si riferisce a una serie di pratiche che tendono ad analizzare la cultura e le politiche di una società. Lungi dall’essere una teoria ben circoscritta, è un approccio che deve le sue strutture ad una varietà di pensatori e scritti.

Partiamo dalle cose ovvie: il postcolonialismo è formato dalla parola Post e dalla parola colonialismo

Questo approccio è connesso per ragioni storiche e culturali con il Colonialismo, cioè quel processo in cui parte delle nazioni europee hanno conquistato politicamente e militarmente una larga parte del mondo extraeuropeo. Nella seconda metà del XX secolo molte nazioni sotto il dominio coloniale hanno ottenuto, alcune in maniera violenta altre attraverso azioni più moderate o pacifiste, l’indipendenza. Tuttavia, ed è qui che il postcolonialismo entra in gioco, è il caso di sottolineare che il processo di dominazione di una nazione su un’altra non è completamente scomparso anche se formalmente inesistente (non assistiamo più ad invasioni o colonizzatori ma esistono forme di dominazione più sottili). da un punto di vista generale, il processo di decolonizzazione non ha lasciato il posto a un mondo più equo. Ci basta pensare alla disparità di ricchezza tra i paesi occidentali e il resto del mondo. In poche parole Il postcolonialismo tenta di fare luce sull’eredità che il colonialismo e la decolonizzazione hanno lasciato nei nostri giorni.

La disparità nelle relazioni che pendono a favore del mondo occidentale non si fa sentire solo sul piano geopolitico ed economico, ma anche sul piano culturale che il soggetto egemone (l’occidente)produce. Antonio Gramsci spiega bene la relazione tra potere politico e culturale, affermando che quando un certo gruppo all’interno della società detiene il potere economico e politico, avrà probabilmente un potere maggiore nel descrivere e influenzare la società in cui il gruppo e gli altri vivono, la capacità cioè di creare un potere culturale.

Nel 1979 Con il suo libro “Orientalismo”, Edward Said porta la nozione gramsciana su scala globale, segnando il punto d’inizio per gli studi postcoloniali. Said identifica “l’occidente” come il soggetto egemone che crea e influenza la cultura, stabilisce la norma e sminuisce e crea stereotipi su ciò che è diverso. In un altro saggio, Gayatri Spivak, descrive questo processo come la costituzione del soggetto coloniale come un perenne “altro”.

Dagli scritti dei suoi fondatori, se così possiamo chiamarli, gli studi postcoloniali hanno allargato il proprio campo d’indagine e sono andati oltre il periodo storico specificatamente coloniale ; oggi attraversano i campi di studi più differenti, dall’antropologia alla psicologia, dalla musica alla letteratura, dalla psicologia alla storiografia. Trans-disciplinarità e l’indagine sulle relazioni impari e le sue relative conseguenze diventano punti cruciali per la critica che negli anni 90 del secolo scorso si diffonde e diventa corso di studi.

Ecco che il prefisso “post” nella parola postcolonialismo appare. La prima parte della parola infatti non indica un periodo cronologicamente posteriore al colonialismo ma si afferma come una presa di distanza dal colonialismo stesso, sia come processo storico, sia come pratica culturale. Si potrebbe definire come un periodo di transizione in cui si mette in gioco la cultura stessa o la sua autenticità, una consapevolezza del costo in termini di vite e culture sacrificate, nella speranza di dare una significativa svolta e dignità all’essere umano in un mondo sempre più piccolo e connesso.

D’altronde assistiamo ad un processo che dalla seconda guerra mondiale ad oggi si sta affermando soprattutto sul piano economico: la globalizzazione. Il processo della globalizzazione economica rischia al giorno d’oggi di diventare una sorta di colonialismo vero e proprio mascherato da parole come “assistenza”, “modernizzazione” “cooperazione”. Se poi prendiamo in considerazione il fenomeno migratorio globale e la conseguente chiusura delle società occidentali, ci è più chiaro come il postcolonialismo possa smascherare le profonde incoerenze del cosiddetto soggetto “civilizzato” e possa contribuire a creare un mondo globale oltre che globalizzato.

Postilla: quello che so sul postcolonialismo

Sicuramente questo scritto può incappare nella critica di persone, accademici e studiosi che sono più esperti di me sull’argomento. Io stesso ho i miei dubbi sul semplicismo “buonista” di questo scritto; nonostante ciò, la critica postcoloniale, nata come controfenomeno in periodi in cui le contraddizioni erano più evidenti, si trova oggi arroccata nelle posizioni accademiche e nel ragionamento astratto degli intellettuali. Credo che sia utile ed urgente una semplificazione di certi approcci (con tutte le difficoltà del caso, considerando la natura multiforme e complessa del postcolonialismo).

Biopolitica

Per Biopolitica s’intende, soprattutto a partire dalla elaborazione che ne ha proposto M. Foucault, un’implicazione diretta e immediata tra la dimensione della politica e quella della vita intesa nella sua caratterizzazione strettamente biologica. La pratica biopolitica ricorre prima ancora che nei Corsi tenuti da Michel Foucault al Collège de France nella seconda metà degli anni ’70, nel collegamento al concetto di sovranità. Il sovrano non può disporre direttamente della vita dei sudditi, ma può “esporla” alla morte quando esercita il diritto di guerra (obbligando i sudditi a difendere lo Stato) oppure sanzionarla con la pena capitale, quando ci si sollevi contro di lui oppure si sfidino apertamente le sue leggi.

A partire dalla contemporaneità assistiamo ad un cambiamento di priorità nei confronti della vita e della morte; secondo l’autore infatti vi è un importante cambiamento nel XIX secolo: il passaggio dal potere “sovrano” che agiva appunto dall’alto, con la spada, esercitando il diritto “di far morire o lasciar vivere” i suoi sudditi, a un potere che invece vuole organizzare, ordinare, dirigere la popolazione e vuole quindi gestire la vita, non più la morte. Il biopotere come potere non di morte, ma sulla vita. ”potrebbe dirsi che al vecchio diritto di far morire o di lasciar vivere si è sostituito un potere di far vivere o di respingere nella morte”, recita la formulazione foucaultiana.

Per comprendere meglio l’analisi di Michel foucault sulla biopolitica e la sua metodologia, dobbiamo introdurre i concetti di “popolazione” e “dispositivo-norma”.

Lo Stato (che nel corso della storia si sostituisce al sovrano) considera i governati come “popolazione”, cioè come costituenti un gruppo determinato di esseri viventi che appartengono alla stessa specie e in più vivono fianco a fianco, essendo distribuiti in un territorio determinato. Ciò conduce a relazioni fra loro che possono produrre conseguenze favorevoli per il benessere di tutti, ma anche avere esiti sfavorevoli e pericolosi. All’interno della popolazione gli individui sono considerati come eguali, perché ciò permette i calcoli della scienza amministrativa. La popolazione non è un fenomeno naturale, ma, in quanto oggetto della politica, è un prodotto artificiale, la cui crescita o decrescita dipende dal buon governo. Tale concetto è totalizzante e non individualizzante, non considera il corpo umano come macchina ma come specie, non si rivolge all’uomo-corpo o alla molteplicità degli uomini in quanto corpi, ma alla massa globale dei governati che abitano lo stesso territorio e che sono investiti da processi vitali tipici della specie umana, come la nascita, la morte, la produzione, la malattia. I primi “oggetti di sapere” e i primi “obiettivi di controllo” della biopolitica sono stati fenomeni come il tasso di natalità, di mortalità, il tasso di riproduzione, di morbilità e di fecondità di una popolazione, che a partire dal XVII secolo erano stati messi in connessione con i problemi economici e politici degli Stati.

All’emergere della pratica biopolitica si crea un nuovo modo di intendere il concetto di popolazione, come corpo compatto governato da determinate e precise leggi. Queste leggi vanno quindi studiate, analizzate e conosciute al fine di piegarle verso il proprio interesse di governanti e per il mantenimento del corpo stesso, tramite determinati dispositivi quali possono essere la demografia e la statistica; è qui che entra in gioco il “dispositivo-norma”.

Ma che cos’è la norma di cui parla Foucault? Non è altro che il complesso delle tecniche di governo che agiscono sui corpi e sulle popolazioni in vista di una loro “disciplina” (con l’inquadramento in determinati organismi come l’esercito e la scuola) e “regolazione” (popolazioni). L’anatomopolitica dei corpi e la biopolitica delle popolazioni sarebbero così i due lati di una sola medaglia, la società della normalizzazione, volta a imbrigliare «la vita» entro schemi rigidi di condotta individuale e collettiva. Secondo Foucault più che promulgando leggi da far rispettare, il potere biopolitico agisce creando una “norma” che va seguita se si vuole rientrare nei parametri di chi ha diritto al benessere, fornendo tecniche (come ad esempio quella medica) che permettano di rientrare in questi suddetti parametri.

Siamo partiti dalla definizione dataci dallo stesso Foucault di Biopotere come potere di far vivere e lasciar morire; ma fino a questo momento è stato descritta solamente la pratica riguardante il “far vivere”. Dove si realizza dunque il potere di “lasciar morire”? quali categorie ne sono soggette?

Paradossalmente la morte non esce affatto dal panorama, ma viene sfruttata come strumento per ottenere “un più” di vita. Infatti proprio nell’epoca contemporanea si sono viste le più crudeli e terribili guerre e stragi dell’umanità. “le guerre non si fanno più in nome del sovrano che bisogna difendere; si fanno in nome dell’esistenza di tutti; si spingono intere popolazioni a uccidersi reciprocamente in nome della loro necessità di vivere”.

Foucault, dunque individua nel razzismo un potentissimo dispositivo biopolitico: non solo si addita una determinata parte della popolazione come non idonea a farne parte (escludendola dunque di fatto dal corpo stesso della popolazione), ma si lascia aleggiare, se non addirittura si fomenta, la paura che tale parte possa costituire un germe che vada a infettare la parte “sana”, trascinandola nel baratro della sua a-normalità.

stiamo parlando dunque, se vogliamo spostarci in un ambito più pratico del nero, il povero , l’omosessuale. Ancora oggi tristemente ci troviamo di fronte all’esclusione di tali categorie dall’orizzonte della normalità, di chi quindi ha pieno diritto al benessere. Tale esclusione comporta una successiva reclusione in determinati spazi creati appositamente, come poteva essere un tempo il manicomio, come poteva essere la work-houses di vittoriana memoria, come è stato il campo di concentramento per gli omosessuali in epoca nazista, o, se vogliamo citare esempi più recenti, è una esclusione biopolitica impedire a 177 migranti di sbarcare da una nave attraccata oppure non prestare cure mediche ad un tossico agli arresti, nella piena responsabilità dello stato.

Questo è il ragionamento che sottostà: “più le specie inferiori tenderanno a scomparire, più gli individui anormali saranno eliminati, meno degenerati rispetto alla specie ci saranno, e più io, non in quanto individuo, ma in quanto specie, vivrò, sarò forte, vigoroso e potrò prolificare”. Inquietantemente vediamo ricomparire queste derive, secondo Foucault, nella società contemporanea, cui protagonista è l’homo oeconomicus, che è invitato a essere imprenditore di se stesso, a contribuire in prima persona alla crescita, non solo economica, essendo agente attivo che si sposta, si educa e a sua volta educa, per garantire anche una continuità familiare. Si tratta a ben vedere di un governo razionale, che è però ben più dispotico di quel potere sovrano che esercitava il re sul suddito: è razionale perché segue una logica ben precisa che promette risultati rassicuranti (il benessere, quasi la felicità), è più dispotica perché le sue trame sono nascoste appunto sotto questa razionalità, che fa apparire giustificata anche l’azione più aberrante. La resistenza a un simile tipo di potere è pressoché impossibile perché si rimane incastrati nella sua logica e anzi la si fomenta, semplificando: io sto bene, vedo chi sta male e non voglio assolutamente finire così, perciò ringrazio chi mi governa e seguo scrupolosamente le sue indicazioni normalizzatrici.