Assembramenti precari

Scendere in piazza tra interdipendenza e precarietà

Nessuno si salva da solo. È la lezione che abbiamo appreso in questi mesi del 2020 da quando il Coronavirus ha sconvolto (e continua a sconvolgere) il pianeta. Ma se nella fase uno ci siamo accorti che la nostra salute dipendeva dal modo in cui ci distanziavamo, dal buon senso comune che ha visto le comunità separarsi fisicamente e tentare la socialità in altri modi (primo tra tutti le comunità digitali); oggi, con la fase due, e le conseguenti fratture sociali ed economiche che ha generato, nessuno si salva a casa Da solo. Che sia per il lavoro, ma anche per la tanto stigmatizzata movida, oggi i corpi sono chiamati a ricucire un tessuto sociale ed economico. Stiamo parlando di una sorta di dipendenza dagli altri e dall’ambiente, che diventa materia politica quando parliamo di quegli assembramenti che una volta erano conosciuti come “proteste”.

“Happiness is real only when shared”.

Questo bisogno dell’altro secondo alcuni pensatori è implicito nella costruzione della società stessa: si pensi al Leviatano di Hobbes, che definisce lo stato come quella parte di libertà a cui abbiamo rinunciato perché lo stato possa prendersi cura di noi e da cui dipende il nostro benessere. Siamo insomma esseri relazionali,nel senso che siamo presi in relazioni di dipendenza. In altre parole non possiamo dissociarci del tutto dalle condizioni infrastrutturali e ambientali del nostro vivere e agire. La dipendenza, nostra come delle altre creature viventi, dalle forme di sostegno infrastrutturale ci espone a una specifica forma di vulnerabilità che possiamo sperimentare in tutti quei casi in cui non siamo sostenuti dalle stesse cose o persone da cui dipendiamo, quando quelle condizioni infrastrutturali iniziano a decomporsi o quando ci troviamo radicalmente privi di sostegno, in situazioni di precarietà.

Ecco che agire in nome di quel sostegno, quando ne siamo privi, diventa un istinto performativo plurale che spinge l’essere umano a quelle che Judith Butler chiama le “ Alleanze dei corpi”: proteste, rivolte, addirittura rivoluzioni. Se la dipendenza da strutture di supporto viene a mancare, quella con l’altro è, forse, l’essenza del nostro essere, la via plurale è l’unica realmente percorribile. Mi viene in mente quando Alexander Super-tramp dopo aver raggiunto Alaska si rende conto che “La felicità è reale solo se condivisa”.

Proprio perché i corpi si costituiscono in relazione a (o in assenza di) supporti infrastrutturali e reti di relazioni sociali e tecnologiche, derivando da essi il proprio sostegno, non è possibile estrarre il corpo dalle sue relazioni costitutive — che sono sempre economicamente e storicamente contingenti. (Judith Butler)

Il diritto di ribellarsi

Se biologicamente parlando abbiamo superato la fase peggiore della pandemia, la nostra società si sta preparando ad una crisi paragonabile, se non superiore, a quella del 2008. Al centro di questa tensione, grande importanza assumeranno le lotte etiche e politiche per estendere i confini del riconoscimento dei diritti.

Detto in termini diversi, l’urgenza è quella di ribellarsi alla precarietà, dove la precarietà caratterizza la condizione (politicamente indotta)di vulnerabilità ed esposizione alla violenza di stato, domestica o di strada, così come ad altre forme di violenza non statuali ma che gli strumenti statali non tutelano adeguatamente. la precarietà è in sostanza una discriminante che descrive varie forme di invivibilità.

Proprio a partire da queste esistenze precarie può e deve prender forma un discorso più ampio su una politica delle alleanze e una democrazia dei corpi.

L’agire di concerto rappresenta una forma incarnata di contestazione e di delegittimazione delle concezioni dominanti del politico. Quando si raggruppano nelle strade, nelle piazze ed in altri luoghi pubblici, i corpi esercitano un “diritto performativo di apparizione”, ovvero un diritto di insediamento del corpo nello spazio politico, che pone l’istanza di un insieme di condizioni economiche, sociali, politiche più vivibili, sottratte alle forme indotte di precarietà. È quì che l’espressione “Nessuno si salva da solo” diventa prettamente politica, declinando in un modo di agire che dalla rivoluzione industriale in poi ha portato le moltitudini per strada con le bandiere, i pugni alzati e gli slogan accattivanti.

Ricapitolando: siamo esseri dipendenti, se siamo esclusi da questa relazione di supporto e siamo in balia della precarietà, ci rimettiamo alla relazione con altri esseri precari e agiamo in maniera plurale.

Le rivendicazioni plurali fatte in nome del corpo (protezione dalla violenza, servizi, nutrimento, mobilità, libertà di espressione) sono il presupposto e il segno di una prospettiva etica che pensa ogni soggetto nella sua relazione vitale e costitutiva con gli altri, con l’ambiente e con le tecnologie. La precarietà che ci è stata indotta , in questo senso, non può essere un Ipse dixit immutabile. Essa al contrario ci deve spingere ad un’azione collettiva che riconosce la dipendenza di ciascuno dagli altri e dal mondo e di contestare la precarietà rivendicando l’uguaglianza necessaria affinché ciascuno viva una vita buona.