Panico, Libertà e Rivolta

Riflessione sullo stato delle democrazie ai tempi del corona-virus

L’emergenza corona-virus ha scatenato vari stati di panico sociale, tra i più emblematici troviamo sicuramente quello dei “fuorisede”: poche ore prima che fosse emanato un decreto restrittivo, molte persone hanno “assaltato” i treni nella speranza di poter passare la quarantena a casa con la propria famiglia, invece che soli ed in un’altra città. Stati panico che sono stati tutti bollati come irresponsabili (e in un certo senso lo sono stati) senza pensare che possa essere causa di sentimenti più profondi: potremmo interpretarli come reazioni naturali ad una limitazione di alcune delle libertà personali.

Piccola premessa, prima che si scatenino critiche di ogni tipo: questo è il sistema in cui viviamo, un sistema che permette ai nostri governanti (scelti democraticamente e liberamente, si spera) di ridurre lo spazio della nostra libertà, allo scopo di risolvere situazioni di pericolo, reale o supposto che sia. Questo scritto non ha lo scopo di invitare a violare le leggi emanate dal governo in questi giorni, tanto meno i comportamenti di civiltà e cordialità non scritti. Malgrado ciò, credo che una riflessione su questa democrazia vada fatta, perché al di là di una quarantena che credo sia utile, possiamo ragionare sullo stato della nostra democrazia, che si è rivelata sempre più come un sistema che si occupa di gestire le persone attraverso i corpi.

In primo luogo, questa crisi conferma le parole di Giorgio Agamben quando dice che siamo tutti “nude vite”. Detto in altri termini, oltre alle nostre idee, i nostri pensieri e le nostre coscienze, che ci coinvolgono politicamente in atti democratici, come le elezioni, e possiedono determinate libertà come quella di parola di opinione e di scelta, anche i nostri corpi sono investiti dal potere, ma solamente in maniera passiva: essi vengono controllati, gestiti e, nel peggiore dei casi, come una pandemia, esclusi. Il decreto emanato dal governo, infatti, ci esclude fisicamente da strade, piazze e parchi, ci preclude un diritto di assemblea, pena tre mesi di carcere e duecento euro di multa. In sostanza una nuda vita è una vita disposta da un potere più alto e controllata attraverso leggi e limitazioni nella forma di esclusione.

Lungi dal voler cominciare una protesta o rivoluzione vorrei solamente riflettere, dal mio comodo divano in una casa con il pavimento che odora di Lysoform, su una dinamica di governo che diamo per scontato e che emerge in maniera più intensa e vigorosa in questo “stato di eccezione”, tanto per citare ancora Agamben. Effettivamente, questa situazione di governo, che ci rende tutti nude vite, per alcune fasce di popolazione è una realtà quotidiana e permanente. Un esempio su tutti è quello dei reclusi nei campi profughi i cui corpi sono controllati e gestiti, tenuti accuratamente al di fuori dei confini; non solo, se regolarizzati essi sono costretti a una fissità sociale e lavorativa, sottopagata e sfruttata. Alla peggio, i loro corpi vengono rimpatriati.

R. Lavora in nero e V. ha un regolare contratto. Quando il corona-virus è scoppiato e la zona rossa si è allargata a tutta l’italia, V. si è sentita disperata mentre R. no. In quest’ottica potremmo considerare la vita di R., e in generale di tutti i lavoratori in nero,più nuda, più soggetta ad un potere che controlla i corpi attraverso il discorso della “gavetta” e dei “giovani”. La disperazione di V. ad una cassa integrazione è dovuta dalla consapevolezza di essere nuda vita, di ritornare, ad esigenza di un governo, più nuda, più esclusa.

L’esempio più calzante per per concludere questa riflessione che parte da una pandemia ma ci interroga sullo stato della nostre democrazie non può non coinvolgere le rivolte che si sono scatenate in questi giorni nelle carceri italiane. Perché se è vero che siamo tutti nude vite, se è vero che possiamo essere tutti disposti, organizzati, esclusi dal potere “sovrano”, è anche vero che non siamo gestiti tutti allo stesso modo, e che se per noi è un sacrificio (tutto sommato minimo e limitato in un tempo assai breve) rinunciare alla nostra libertà, per chi vede il proprio corpo già limitato in maniera importante, ulteriori privazioni di libertà, come l’ora d’aria, le visite(aggiunte al sovraffollamento delle carceri italiane) rappresentano un motivo di disagio che può portare a situazioni critiche. Un disagio che oltre ad avere una connotazione fortemente politica sullo stato delle case circondariali e sul sistema penale italiano, si ricollega in un senso morale alle forme di panico che la limitazione delle libertà personali ha creato anche nei fuorisede

Lo stato d’eccezione che ha investito tutta l’Italia ci deve spingere, nella sicurezza delle nostre case, ad una riflessione a più livelli sulla nostra democrazia, tanto amata e conquistata dai nostri nonni che hanno combattuto il totalitarismo, ma, come tutte le cose della storia, non destinata a durare per sempre; soprattutto perché comincia a rivelare fratture e incoerenze e comincia a puzzare di stantio. Dai carceri al lavoro, dalla libertà di movimento a quella di sciopero, oltre la fragilità clinica, che è presa in grande considerazione e che è tutelata in maniera eccellente, esiste la fragilità sociale che è permanente e poco presa in considerazione